di Adet Toni Novik*
L’editoriale di Vincenzo Coronetti “Se i processi non finiscono mai” è stimolante e tocca un ganglio dolente del sistema giudiziario: gli esiti contrastanti di molti processi sono una realtà incontestabili. Ma, attenzione, questo è un crinale molto scosceso al cui fondo c’è un precipizio. Scrive Coronetti: ” Si fa presto a dire che qualcosa non funziona, né bisogna essere giuristi per capire che gli ingranaggi della giustizia italiana hanno bisogno di qualcosa più di una registrata. Poi, come sempre, siamo la patria del diritto, ma anche dei gineprai, dei bizantinismi e delle incongruenze”. È vero? Si: per questo molti Stati democratici non hanno nei loro ordinamenti l’appello. La giustificazione è proprio quella di evitare decisioni contrastanti che generano turbamento nel popolo. È questa la soluzione? Direi di no, se si considera il numero di decisioni che vengono riformate e da colpevoli si passa ad inoocenti. Durante il fascismo le sentenze della Corte di assise, competente per i reati puniti con la pena di morte, erano inappellabili, e fu dopo la caduta del fascismo che il secondo grado fu introdotto. La giustizia italiana ha bisogno di una registrata? Sono il primo a dirlo, ma non su questa strada. È il codice Vassalli che fa acqua.
Gineprai, bizantinismi e incongruenze? Riflettiamo. Vincenzo Coronetti cita i processi per gli omicidi di Chiara Poggi e Carol Maltesi, e gli esiti contrastanti delle sentenze. Prima di andare avanti invito chi legge a fermarsi un attimo. Toglietevi dalla mente il processo americano, alla Perry Mason, come lo si vede negli sceneggiati. Il processo italiano è un’altra cosa (lo sanno bene i giudici popolari che escono arricchiti ma stremati) e si muove secondo strade obbligate, dettate dalla Costituzione. La legge fondamentale ci dice che: l’imputato risponde di un “fatto” e tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati. Se sviluppiamo questi concetti, si vede che al di la della semplicità dei termini si celano problemi complessi. Sul caso Garlasco ho scritto molto e non voglio ripetermi. Prendo il caso Maltesi come paradigma dei tanti processi che hanno avuto esiti contrastanti
Premetto una riflessione: Heidegger ha insegnato che l’essere umano è una realtà temporale. Vive nel tempo. Gli uomini non sono solo esseri viventi, ma esseri viventi che aspettano qualcosa e hanno la consapevolezza che la vita ha un termine. Il tempo ha un valore in sé. Pongo questa domanda: a quanto tempo della nostra vita siamo disposti a rinunciare: un’ora? Forse; un giorno? Può darsi, dipende dalle circostanze; un mese, un anno o più? Sicuramente no.
Riprendo. Nel nostro codice penale, il concetto di “fatto” non si limita al fatto della vita, nel nostro caso l’omicidio, ma comprende una serie di variabili, date dalle aggravanti e dalle attenuanti previste dal codice. Ad ogni attenuante (attenuanti generiche, risarcimento del danno, provocazione ecc.) la pena diminuisce; ad ogni aggravante (premeditazione, crudeltà, motivi abietti o futili) la pena aumenta. Sono concetti che devono essere riempiti. E, badate bene, la pena diminuisce/aumenta di anni, e da quella perpetua dell’ergastolo si può passare a quella temporanea e viceversa; e su ogni singola aggravante o attenuante occorre specificamente motivare in maniera “logica e non contraddittoria”. Non basta, allora, che l’imputato sia reo confesso, come nel caso di Carol Maltesi, ma occorre determinare la pena “giusta”. Viene allora in risalto la capacità del giudice di ricostruire approfonditamente il fatto (io la chiamo, la ruminazione, fatta di lettura e rilettura degli atti), saper interpretare la legge ed essere persuasivi, rifuggendo da un superficiale e/o sbrigativo copia-incolla delle massime della Cassazione (e adesso si è messa di mezzo anche la IA). Ma non si può parlare di bizantinismi o incongruenze quando in gioco c’è la libertà. Il “butta la chiave” è argomento da bar.
Su un piano diverso, particolare, si pone il caso Binda. Ci sono state sentenze della Cassazione che hanno dettato la linea e posto un punto da chiarire: se nel corso del processo Binda avesse tenuto una condotta colposa che ne avesse determinato l’arresto. La corte di appello ha fornito una risposta, in parte negativa, che la Cassazione ha ritenuto “contraddittoria e insufficiente”. Da qui la richiesta di considerare “in modo logico tutte le condotte colpose evidenziate, spiegandone anche l’eventuale qualificazione in termini di colpa lieve”.
novik coronetti processi – MALPENSA24
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