Giustizia, se i processi non finiscono mai

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Per Vittorio Feltri, che dall’alto del suo prestigio professionale e anagrafico ha facoltà di dire ciò che gli pare, i giudici della Cassazione sono dei fenomeni. Lo afferma in Tv parlando del caso Garlasco e della condanna definitiva, dopo due assoluzioni, di Alberto Stasi. La mannaia degli ermellini aveva posto fine alla tormentata vicenda giudiziaria per l’omicidio di Chiara Poggi, vicenda che oggi si scopre pasticciata e foriera di una serie di clamorose inadempienze e, fino a prova contraria, di sciatterie non del tutto casuali.

Responsabilità della Suprema Corte? Il discorso prende una strada in salita, né abbiamo titolo per esprimere giudizi. Ma le perplessità restano, chiamano in causa il sistema giudiziario italiano e le molte, troppe situazioni che, appunto, generano i dubbi. E l’autorevole mano della Cassazione compare in molte occasioni. Un esempio tra i tanti? La richiesta di indennizzo per ingiusta carcerazione di Stefano Binda, condannato al “fine pena mai” in primo grado e assolto con formula piena in Appello per l’omicidio, giusto quarant’anni fa, di Lidia Macchi.

Dunque, la Cassazione conferma la sentenza di secondo grado: nessuna prova di colpevolezza. Binda chiede, come suo diritto, di essere indennizzato per i quasi quattro anni di carcere ingiustamente patiti: 300mila euro e rotti il “conto” a carico dello Stato. La Procura generale impugna avanti la Cassazione, che rispedisce la palla ai giudici dell’appello. Motivo del ricorso:  Binda non avrebbe messo nelle condizioni il pubblico ministero di valutare fin da subito la sua estraneità all’assassinio della povera Lidia. Insomma, se è finito in galera è colpa sua che non ha convinto gli inquirenti.

Proposta economica, stabilita in sentenza, per chiudere la partita: 250mila euro. Cifra che non soddisfa Stefano Binda e i suoi avvocati che, a loro volta, si rivolgono alla Cassazione. Alla quale ricorre anche la Procura generale sostenuta dall’avvocatura dello Stato. Però la Cassazione non decide e rimanda tutto al mittente. Nuovo braccio di ferro, nuova offerta al ribasso della Corte d’Appello milanese: 212mila euro. Nuova scontata impugnazione. Sbocco conclusivo: chi lo sa?

Secondo esempio di tira e molla: l’omicidio di Carol Maltesi ad opera di Davide Fontana nell’ anno di grazia 2022. In Corte d’Assise a Busto Arsizio, prima sentenza di condanna a 30 anni. In Appello scatta l’ergastolo: il tribunale riconosce la premeditazione. Si va in Cassazione che annulla la sentenza e rinvia alla Corte d’Appello, la quale ribadisce: ergastolo. A questo punto, gli avvocati di Fontana ritornano in Cassazione che annulla di nuovo la sentenza e rispedisce tutto indietro. In Appello ergastolo ter, ma è già pronto l’ennesimo ricorso. Il tutto in punta di diritto, per carità. Ma chi dovrebbe finalmente definire l’incredibile impasse, anche alla luce del fatto che l’imputato è reo confesso?

Si fa presto a dire che qualcosa non funzione, né bisogna essere giuristi per capire che gli ingranaggi della giustizia italiana hanno bisogno di qualcosa più di una registrata. Poi, come sempre, siamo la patria del diritto, ma anche dei gineprai, dei bizantinismi e delle incongruenze;  come per Alberto Stasi: assolto due volte, condannato all’ultimo grado con motivazioni che a tanti anni di distanza continuano a generare il caos. E i processi non finiscono mai, sui giornali e in Tv.

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