Caso Macchi, terza impugnazione per il risarcimento a Binda: Calvario infinito

Stefano Binda

VARESE – Nuovo ricorso contro l’indennizzo da 212mila euro riconosciuto a Stefano Binda per l’ingiusta detenzione subita nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Lidia Macchi. Per la terza volta, l’Avvocatura dello Stato e la Procura generale di Milano hanno impugnato la decisione della Corte d’Appello milanese che ha quantificato la somma spettante all’uomo, assolto in via definitiva dall’accusa di aver ucciso la studentessa varesina di 21 anni, assassinata nel gennaio del 1987.

Una storia infinita

Si riapre così una vicenda giudiziaria che si trascina da anni, nonostante la conclusione del processo per omicidio. Binda, 56 anni, originario di Brebbia, nel Varesotto, ha trascorso in carcere quasi quattro anni, per complessivi 1.286 giorni, prima di essere assolto in via definitiva. Da allora, la battaglia per ottenere un indennizzo per la detenzione cautelare si è trasformata in un lungo contenzioso, segnato da ripetuti ricorsi e annullamenti da parte della Cassazione. L’ultima decisione della Corte d’Appello di Milano risale allo scorso 25 settembre. Ora anche Binda, attraverso il suo legale, l’avvocata Patrizia Esposito, sta valutando se impugnare a sua volta il provvedimento davanti alla Suprema Corte.

«Sono sconcertato»

«Sono sconcertato», aveva commentato Binda dopo la decisione dei giudici milanesi. «La Corte riconosce che non c’è stato alcun profilo di colpa a me attribuibile, eppure l’indennizzo viene decurtato». E ancora: «È difficile da digerire. Se io o altri dovessimo impugnare il provvedimento, tutto tornerebbe ancora in Cassazione. È senza fine. Valuterò a questo punto il da farsi con il mio avvocato».

L’indennizzo ridotto

La somma riconosciuta è inferiore a quella stabilita in una prima pronuncia, che aveva quantificato l’indennizzo in circa 303mila euro. Anche quel provvedimento era stato annullato dalla Cassazione, così come le successive decisioni dei giudici milanesi, chiamati più volte a riesaminare la vicenda alla luce delle indicazioni della Suprema Corte.

Il nodo della colpa

Al centro del contenzioso c’è la valutazione di un’eventuale condotta colposa di Binda che, secondo la Procura generale e l’Avvocatura dello Stato, avrebbe potuto contribuire alla sua sottoposizione alla custodia cautelare. La difesa ha invece sostenuto il diritto all’indennizzo, richiamando l’esito definitivo del processo e l’assenza di profili di colpa riconducibili all’imputato, come rilevato nell’ultima decisione.

L’arresto e l’ergastolo

Binda era stato arrestato il 15 gennaio 2016, a quasi 29 anni dall’omicidio di Lidia Macchi, trovata morta il 7 gennaio 1987 in una zona boschiva a Cittiglio, nel Varesotto. Il 24 aprile 2018 la Corte d’Assise di Varese lo aveva condannato all’ergastolo. Il 24 luglio 2019, però, la Corte d’Assise d’Appello di Milano lo aveva assolto, disponendone la scarcerazione dopo circa tre anni e mezzo di detenzione.

L’Assoluzione definitiva

L’assoluzione è diventata definitiva nel gennaio 2021, quando la Cassazione ha respinto i ricorsi contro la sentenza d’appello. Si è così chiuso il procedimento per l’omicidio, ma non la controversia sull’indennizzo per i giorni trascorsi in carcere. Una partita che, con la nuova impugnazione, torna ancora una volta davanti alla giustizia.

Omicidio Macchi, a Binda 212mila euro per l’ingiusta detenzione: «Sconcertato»

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