VARESE – 212 mila euro di indennizzo per l’ingiusta detenzione subita da Stefano Binda, rimasto in carcere per oltre tre anni e mezzo con l’accusa di essere l’autore dell’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa varesina di 21 anni uccisa nel gennaio del 1987. È la somma riconosciuta dalla Corte d’Appello di Milano a Binda, assolto in via definitiva dall’accusa di omicidio. Per l’indennizzo si tratta del terzo pronunciamento dei giudici milanesi, dopo due precedenti decisioni annullate dalla Cassazione.
Sono sconcertato
«Sono sconcertato – ha commentato oggi Stefano Binda contattato telefonicamente – La Corte riconosce che non c’è stato alcun profilo di colpa a me attribuibile, eppure l’indennizzo viene decurtato». Quella del risarcimento per ingiusta detenzione per Binda sembra una storia infinita: «E’ difficile da digerire per – spiega – Se io o altri dovessimo impugnare il provvedimento tutto tornerebbe ancora in Cassazione. E’ senza fine. Valuterò a questo punto il da farsi con il mio avvocato»
L’indennizzo
La Corte d’Appello di Milano ha dunque nuovamente riconosciuto a Binda il diritto a essere indennizzato per la custodia cautelare subita nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio Macchi. La somma è stata quantificata in 212 mila euro. Il procedimento sull’indennizzo ha avuto un iter particolarmente lungo. Due precedenti ordinanze della Corte d’Appello avevano infatti già riconosciuto il diritto al risarcimento, ma erano state annullate dalla Cassazione, dopo i ricorsi della Procura generale e dell’Avvocatura dello Stato.
L’arresto
Binda venne arrestato il 15 gennaio 2016, quasi 29 anni dopo l’omicidio di Lidia Macchi. L’accusa lo indicava come responsabile dell’uccisione della giovane studentessa. Macchi, 21 anni, era stata trovata morta la mattina del 7 gennaio 1987 lungo una strada sterrata nella zona del Sass Pinì, a Cittiglio, nel Varesotto. Il corpo era stato rinvenuto a poca distanza dall’auto della ragazza.
L’ergastolo
Il processo di primo grado si concluse con la condanna all’ergastolo di Binda, pronunciata dalla Corte d’Assise di Varese il 24 aprile 2018. La decisione venne però completamente ribaltata in appello. Il 24 luglio 2019 la Corte d’Assise d’Appello di Milano assolse Binda, che tornò in libertà dopo avere trascorso in carcere circa 1.286 giorni.
L’assoluzione definitiva
L’assoluzione è diventata definitiva nel gennaio 2021, quando la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi contro la sentenza d’appello. Con la pronuncia della Suprema Corte si è chiuso definitivamente, sul piano giudiziario, il procedimento a carico di Binda per l’omicidio di Lidia Macchi.
La battaglia sul risarcimento
Dopo l’assoluzione, Binda ha chiesto allo Stato un indennizzo per l’ingiusta detenzione. Una prima decisione della Corte d’Appello di Milano aveva riconosciuto una somma di circa 303 mila euro. Il provvedimento era stato successivamente annullato dalla Cassazione, che aveva disposto un nuovo esame. Nel giudizio successivo i giudici milanesi avevano nuovamente riconosciuto il diritto all’indennizzo, quantificandolo questa volta in 212 mila euro. Anche questa decisione era stata impugnata e la Cassazione aveva annullato con rinvio, disponendo un ulteriore esame davanti alla Corte d’Appello.
Il terzo passaggio
La vicenda è così tornata per la terza volta davanti ai giudici milanesi. Nel corso dell’ultimo procedimento sono stati riesaminati gli elementi relativi alla condotta di Binda durante le indagini, compresi alcuni appunti e le agende dell’epoca, sui quali si era concentrata l’attenzione della Suprema Corte. Al centro del contenzioso sull’indennizzo c’è infatti la valutazione di un’eventuale condotta colposa di Binda che, secondo la tesi sostenuta dalla Procura generale e dall’Avvocatura dello Stato, avrebbe contribuito alla sua sottoposizione alla custodia cautelare. La difesa ha invece sostenuto il diritto all’indennizzo, sottolineando l’esito assolutorio definitivo del processo.
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