VARESE – Nuova udienza oggi, giovedì 2 luglio, davanti alla Corte d’Appello di Milano per il caso del risarcimento a Stefano Binda, che è rimasto per quasi quattro anni ingiustamente detenuto con l’accusa di essere coinvolto nell’omicidio di Lidia Macchi. Si tratta del terzo passaggio davanti ai giudici di secondo grado, dopo una lunga sequenza di impugnazioni e rinvii.
90 giorni
Nel corso dell’udienza la Corte ha messo un punto fermo, trovandosi di fronte a tre posizioni nettamente contrapposte, disponendo l’acquisizione integrale di tutti gli atti del processo. In questi fascicoli verranno cercati gli elementi utili a chiarire le discrepanze nelle ricostruzioni fornite dalle parti. È stato inoltre disposto di acquisire anche le agende di Binda dell’epoca, ritenute potenzialmente rilevanti per la valutazione complessiva del caso. La Corte si è quindi riservata e si pronuncerà entro 90 giorni.
Il prima e il dopo
La difesa, rappresentata dall’avvocata Patrizia Esposito, ha ribadito con forza il diritto del proprio assistito a ottenere un risarcimento dallo Stato, sottolineando come “esista un prima e un dopo la misura”, a indicare la frattura profonda nella vita di Binda dopo l’arresto e la detenzione. Di segno opposto la posizione della Procura generale e dell’Avvocatura dello Stato, che continuano a sostenere l’assenza dei presupposti per l’indennizzo.
Stefano Binda, 58 anni, era stato arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver ucciso nel 1987 la studentessa varesina Lidia Macchi, assassinata con 27 coltellate. Dopo un lungo iter giudiziario e circa tre anni e mezzo di detenzione, è stato poi assolto in via definitiva dalla Corte di Cassazione.
La richiesta di risarcimento
La richiesta di risarcimento, pari a circa 300 mila euro, è legata alla ingiusta detenzione subita. In un primo momento gli era stato riconosciuto un indennizzo, ma la decisione era stata impugnata dalla Procura generale, che ha sostenuto come la condotta dell’imputato durante gli interrogatori — definita “mendace” e “fortemente equivoca” — avrebbe contribuito all’errore giudiziario e quindi escluso il diritto al risarcimento. La difesa, al contrario, ha sempre evidenziato come Binda abbia dichiarato la propria innocenza sin dalle prime ore dell’interrogatorio, fornendo anche un alibi successivamente confermato in dibattimento, riferito a una vacanza a Pragelato con altri ragazzi nell’ambito di un’iniziativa di Comunione e Liberazione, mentre avveniva l’omicidio.
Il risarcimento
La vicenda giudiziaria ha già attraversato più fasi: la Corte d’Appello aveva inizialmente riconosciuto l’indennizzo, la Procura generale aveva impugnato la decisione e la Cassazione era intervenuta annullando con rinvio. In una seconda valutazione, la Corte d’Appello aveva stabilito un risarcimento di circa 202 mila euro, ma anche questa decisione è stata nuovamente impugnata, portando il caso davanti alla Cassazione per la seconda volta, che ha annullato ancora con rinvio a fine agosto 2025. Oggi, dunque, si è aperta la terza fase di giudizio davanti alla Corte d’Appello.
