di Gabriele Montani*
Quando apro i social o i giornali digitali in questi giorni leggo sempre due interrogativi. Cosa spinge molti di noi giovani a scendere in piazza? Perché diversi ragazzi hanno devastato le vetrine in centro a Milano? Ho riscontrato con disappunto che la maggior parte dei media e dei telegiornali analizza il fenomeno da una prospettiva esterna, distaccata emotivamente, concentrando il dibattito sulle violenze correlate a queste mobilitazioni. Cercherò quindi di raccontare le proteste dal mio punto di vista, quello di uno studente delle scuole superiori, che ha partecipato ad una di queste.
Venerdì mattina arrivo in bus davanti agli istituti di Tradate. Nel piazzale non si respira la solita atmosfera. La rete degli studenti medi, infatti, aveva indetto per quella mattinata uno sciopero studentesco, che ha radunato davanti a scuola centinaia di studenti anche da fuori paese. Inizialmente la paura di prendere in mano il megafono ci ha incollato all’asfalto per un bel po’. Poi, un ragazzo ha preso la parola e con coraggio è riuscito ad unire la folla in un obbiettivo comune: superare i cancelli e percorrere in corteo le stradine che circondano la scuola. Il frastuono di 400 persone è bastato ad interrompere le lezioni, rendendo effettivo un raduno che non sarebbe stato nulla di più che una semplice “bigiata” di gruppo.
Non tutti i presenti hanno partecipato in nome di un’ideale, diversi hanno infatti colto l’occasione per vivere un’esperienza insolita. Comprensibile, effettivamente. Personalmente, non ho scelto di protestare per appartenenza ad una bandiera politica. La nostra generazione è cresciuta in un contesto segnato da crisi economiche, pandemia, inflazione e precarietà lavorativa. In questi mesi il carovita è lievitato a tal punto da mettere in ginocchio migliaia di lavoratori. Di fronte a questi problemi, che meritano risposte immediate, la politica sceglie un approccio opportunistico, preferendo accontentare le proprie esigenze strategiche piuttosto che ascoltare i cittadini. Questo quadro rende il nostro futuro sempre più incerto. In definitiva, le rivendicazioni sono tante, ma il messaggio è simile: non vogliamo restare a guardare decisioni che riguardano il nostro futuro senza poter dire la nostra.
Nota dolente di queste mobilitazioni sono le violenze verificatesi in questi giorni. A Milano per esempio, abbiamo assistito a scene di guerriglia urbana, dove decine di ragazzi incappucciati e vestiti di nero hanno causato disordini per le vie del centro. Dal mio punto di vista, questi episodi rovinano il valore della protesta, sporcandone la copertina, pertanto vanno condannati. Analizzando come vengono trattati questi eventi, però, penso che si utilizzino per strumentalizzare la protesta: sicuramente c’è il problema di alcuni soggetti che scendono in piazza solo per generare disordine, ma è anche vero che ci si focalizza sulle conseguenze di queste azioni, senza ricercarne le cause, e facendo passare in secondo piano i motivi che alimentano la protesta pacifica.
Dalla mia esperienza ho tratto una conclusione. Per noi giovani, manifestare pacificamente il dissenso è un modo efficace per esprimere la nostra preoccupazione. Dall’altra parte, bisogna sforzarsi di non cadere in conclusioni banali: uno studente che sciopera non lo fa perché vuole saltare un giorno di scuola, ma perché non accetta che decisioni odierne possano compromettere il domani.
*studente – Tradate
