Il Famedio di Varese “si allarga” e Palazzo Estense approva 28 nuovi ingressi

VARESE – «Il Famedio deve essere un luogo di ispirazione per tutti, per i familiari in particolare e per le nuove generazioni, e la grande partecipazione di lunedì sera è il segno che serviva». Con queste parole il sindaco Davide Galimberti ha aperto il consiglio comunale dedicato ai 28 nuovi nomi da inserire nel “Pantheon” varesino. Una seduta molto partecipata e che ha contato la presenza di tanti cittadini e famigliari.

La prima parte del consiglio ha segnato un clima disteso e tutti i 28 nomi scremati dall’apposito commissione guidata dalla consigliera Francesca Strazzi sono passati all’unanimità, con pochissime eccezioni (qualche consigliere astenuto), con tanto di applauso dell’aula al termine di ogni votazione.

I 28 nomi

Luigi Ambrosoli, Giuseppe Armocida, Clemente Ballerio, Enrico Bianchi, Giuseppe Bortoluzzi, Luciano Brunella, Ovidio Cazzola, Cesare Corti, Edoardo Chiesa, Speri Della Chiesa, Vittorio Pastori “Don Vittorione”, Anna Maria Gandini, Livio Ghiringhelli, Leopoldo Giampaolo, Pietro Macchione, Antonino Mazzoni, Ester Miglierina, Giovanni Montorfano, Guglielmo Mozzoni, Giovanni Pierantozzi, Lodovico Pogliaghi, Don Franco Rimoldi, Scipione Riva Rocci, Cornelio Roella, Carlo Sonzini, Giuseppe Talamoni, Luigi Vermi, Ezio Zonda.

Bossi e il passo indietro

Non in aula, ma a fine consiglio il consigliere della Lega e vice capogruppo a Palazzo Estense (unico presente tra i leghisti) Stefano Angei è tornato sul caso del Senatur e sul ritiro del suo nome avvenuto nella commissione ad hoc dopo averlo proposto. «Il Famedio rimane orfano di personaggi di una grandezza oggettiva, che travalica i confini di Varese. Colpevole di una miopia politica di una certa parte che, pur di rimanere legata alle posizioni ideologiche, snatura quella che è la storia. Il nome di Umberto Bossi serviva al Famedio di Varese, non viceversa, serviva per dargli uno slancio più autorevole. Il nome di Bossi però, è già consegnato alla storia, non solo quella di Varese, ma anche internazionale. Bossi, infatti, ha dato la coscienza ad un popolo e non c’è targa che possa dimostrare la grandezza di questa rivoluzione».

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