Il “paradosso” della Battaglia di Legnano nel convegno storico di Fondazione Palio

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LEGNANO – «Paradossalmente la Battaglia di Legnano fu un punto d’arrivo, non di partenza. Per la Lega Lombarda, la vittoria sul campo non si confermò sul piano politico; per contro, Federico Barbarossa mostrò una indubbia capacità di reagire, con quella diversità di atti che aveva sempre contraddistinto la sua azione politica». È una delle conclusioni tratte oggi, sabato 31 ottobre, nel convegno storico aperto al pubblico al Teatro Tirinnanzi organizzato dalla Fondazione Palio nell’850° dell’evento (nelle foto). Il convegno, seguito alla giornata di studi ieri a Palazzo Leone da Perego, è una delle “chicche” che difficilmente avrebbero potuto realizzarsi senza la Fondazione, che ha pure annunciato la pubblicazione degli atti.

Numeroso e attento il pubblico, composto anche da giovani e studenti: merito della competenza e della capacità divulgativa dei relatori, come pure dell’argomento scelto. Se infatti della Battaglia in sé si conosce praticamente tutto, il convegno ha allargato lo sguardo al prima e al dopo, con inediti scenari nazionali e internazionali. «Un bellissimo regalo alla città su un tema che non si hanno molte occasioni di approfondire» come ha detto l’assessore alla cultura Sara Borgio introducendo i lavori insieme al presidente di Fondazione Palio Luca Roveda. Di seguito, una sintesi degli interventi dei relatori e delle conclusioni tratte dal professore onorario di Storia Medievale all’Università del Piemonte Orientale Alessandro Barbero, moderati da Lidia Luisa Zanetti Domingues, docente di Storia Medievale nello stesso ateneo.

Grillo: «Così la Lega sconfisse il Barbarossa»

In apertura, il professore di Storia Medievale dell’Università degli Studi di Milano Paolo Grillo, che ha sovrinteso la due giorni di studi, ha tracciato il quadro storico sui Comuni della Lega Lombarda (definizione postuma, allora si chiamò Societas Lombardorum) negli anni immediatamente precedenti la celebre battaglia. «Il paradosso della Lega – ha detto tra l’altro Grillo – è che nacque in funzione militare ma senza darsi alcuna istituzione in materia, tanto che si trovò impreparata quando il Barbarossa puntò il suo esercito su Asti e Alessandria. Si diede una organizzazione solo dopo aver abbandonato Alessandria al suo destino, tramite i podestà e una rete di collegamento che rese possibile l’impresa eccezionale di Montebello (1175), quando riuscì a raccogliere, coordinare e nutrire le truppe di diverse città che ammontavano a 30.000 uomini. Quella battaglia poi non ci fu perché le parti preferirono trattare: i Lombardi resero omaggio e riconobbero l’imperatore, mentre il “bacio della pace” di questi alla Lega fu un riconoscimento all’insieme delle città, che si mise alla pari con lui.

«Il punto dirimente fu la distruzione di Alessandria (che era stata fondata dal papa senza il consenso dell’imperatore) che la Lega non poteva accettare, pena la sua stessa sopravvivenza. Si arrivò così al confronto militare, con la Lega che nel frattempo si era dotata di un regolamento sui meccanismi di mobilitazione: disposizioni che si rivelarono efficacissime nel momento in cui l’esercito imperiale si presentò a sorpresa a Como, forte dei rinforzi raccolti in Ticino. La mobilitazione della Lega fu un successo e fu un successo collettivo, sottolineato dai cronisti dell’epoca che indicarono il ruolo strategico delle città unite e non più della sola Milano. Dopo la pace di Costanza (1183) nessuna città fu più distrutta».

Zorzi: «Un’occasione mancata»

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Étienne Doublier, docente all’Università di Colonia, ha spostato la prospettiva oltralpe, sul Barbarossa e i principi tedeschi, sottolineando come la prima grande mobilitazione dell’imperatore nel 1156 non coinvolse tutti i principi mentre quella di vent’anni dopo riuscì, ma in un quadro storico mutato. «La sconfitta militare modificò le condizioni in base a cui i principi potevano accettare ancora una mobilitazione; loro stessi lavorarono per la pace, trasformandosi da capi militari in diplomatici».

Il professore associato di Storia Medievale all’Università La Sapienza di Roma Antonio Musarra ha quindi illustrato la posizione peculiare di Genova, «che negoziò con Federico, non partecipò a Legnano ma non si può dire che fu pienamente imperiale» mentre Andrea Zorzi, ordinario della stessa materia all’Università di Firenze, si è concentrato sul dopo Legnano. «La soluzione del conflitto si spostò irreversibilmente dal piano militare a quello diplomatico, ma i giudizi storici divertono su chi ne trasse maggiore vantaggio. Si aprirono finestre di opportunità – ha spiegato Zorzi – Le città non si sottrassero alla fidelitas nei confronti dell’imperatore e la Lega non approfittò della vittoria, accettando le condizioni della pace stretta tra papa e imperatore, mentre le città che ne facevano parte rimasero via via sempre più isolate. La Lega si dimostrò un’alleanza contingente, con una composizione variabile e molte città che la considerarono uno strumento per trattare con l’imperatore, cosa che fecero nella gran parte.

«Ben poche città, sette, inviarono truppe a Legnano – ha proseguito Zorzi – mentre molte abbandonarono poi la Lega per riavvicinarsi al sovrano; e nessuna si presentò a Costanza. La Lega Lombarda non capitalizzò il successo militare, non allargò la sua composizione e non si dimostrò capace di rappresentare tutti i Comuni italiani. Rimase un’esperienza locale, lombarda e padana, incapace di avviare trattative unitarie con l’impero e perse il sostegno pontificio. La sua esperienza si esaurì di fatto con la pace di Venezia del 1177».

Barbero: «Dibattito ancora aperto»

Nelle sue conclusioni, Barbero – che tornerà nel teatro l’11 novembre per una lectio magistralis sulla Battaglia, tutta esaurita – ha riassunto gli interventi della due giorni rimarcato alcuni punti, a partire dalla scarsità di fonti specifiche sull’evento. «Non ci sono molte cose nuove da dire sulla giornata del 29 maggio 1176 – ha esordito – tra le cronache medievali e la storiografia otto-novecentesca che ha ripreso tante leggende. Per quanto riguarda l’analisi del contesto politico, dalle tante relazioni è emersa una chiave comune: superare le forzature e ammettere che ogni città perseguì i propri interessi in modo spregiudicato nel senso etimologico del termine».

A otto secoli e mezzo dai fatti, resta oggetto di dibattito la valutazione dell’impatto politico della battaglia e quindi della sua importanza. «L’idea della battaglia decisiva nasce nel 1851 – ha ricordato Barbero – All’epoca di Legnano non esistevano guerre di annientamento del nemico, ma per arrivare a una pace alle proprie condizioni. Dopo Legnano, il Barbarossa perde l’appoggio dei principi nel tentativo di sottomettere le città italiane con la forza; ma le città italiane non decidono di andare fino in fondo, non marciano su Pavia dove si è rifugiato l’imperatore. Forse la Lega fallì per il peso dell’egemonia milanese, secondo altri perché non serviva più. Di certo a Costanza tutti salvano la faccia, l’onore, ma l’arretramento dell’imperatore è innegabile, le sue concessioni ai Comuni abissali».

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