Cerchiamo di mitigare l’impatto degli hacker e della cosiddetta guerra ibrida contro l’Europa, il nostro Paese e, quindi, contro le nostre vulnerabilità, provando a sorridere delle retromarce della politica dopo la batosta elettorale americana per Trump e compagnia cantante. Sorridere, certo, perché non si può fare altro se non scuotere la testa in segno di disappunto o allargare le braccia per segnalare la resa di fronte a tanta improntitudine che, traducendo, significa faccia tosta.
Per farla breve, nessuno del giro governativo ha “mai preso a modello il presidente Usa”. Lo sostiene papale papale Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al parlamento europeo. “Al massimo – corregge il tiro – c’è una consonanza di idee”. Dietro di lui sbuca, ineffabile come sempre, Antonio Tajani: “Mai stati trumpiani, Meloni non è una Maga, per carità. Siamo conservatori”. Di più: “Parliamo con i repubblicani, ma non vuol dire essere trumpiani”. Se lo dice lui , fotografato con il berretto rosso con lo slogan Make America Great Again durante la riunione, a febbraio, del propagandistico Board of Peace per Gaza a Washington, a cui l’Italia ha partecipato come osservatore, se lo dice lui possiamo credergli. Oppure no, attesa la sensazione che stia rinnegando il passato. “Quanti no abbiamo detto a Trump, quanti no gli ha detto Giorgia Meloni?” Tajani rigira la domanda ai giornalisti che lo incalzano.
E lei, la premier? Prende tempo: “Di America parliamo dopo”. Già, forse meglio non parlarne affatto dato che candidò Donald addirittura al premio Nobel per la pace. Riconoscimento massimo a uno dei più solidi guerrafondai in circolazione. Per non dire delle tante attestazioni di stima che girano sui social a testimonianza del rapporto diretto e sincrono tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Una sottomissione politica (non chiamiamola lecchinaggio) a cui non si è sottratto nemmeno Matteo Salvini: “Dobbiamo sempre ringraziare Trump”.
D’accordo, a un certo punto proprio Trump “sgridò” l’Italia e Giorgia Meloni: non usò carezze con lei per la questione delle basi negate agli Usa per le azioni militari in Medio Oriente e per la posizione, questa sì coerente, a favore dell’Ucraina. Ma rimane sempre la consonanza della quale parlava Fidanza, anche più di una semplice sintonia visto che alla fine, bene o male, la liaison si è ricostituita. Urgenze della politica, della geopolitica, dell’economia e, appunto, della famosa consonanza. Che non crolla davanti alle amnesie di una politica (e di un governo) legata a filo doppio all’America, ma italianamente pronta alla fuga, se non per andare in soccorso del vincitore (come il famoso aforisma attribuito a Ennio Flaiano) per prendere le distanze dallo sconfitto. Non si sa mai: in fondo anche i politici tengono famiglia.
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