di Mauro della Porta Raffo*
“I papi non votano”. Così Joaquín Navarro-Valls, nel settembre del 2005, spiegando perché Benedetto XVI non avrebbe partecipato alle imminenti elezioni tedesche. E ricordando che neppure Giovanni Paolo II aveva votato nelle consultazioni polacche durante il pontificato. Una frase breve. Di quelle che sembrano chiudere una questione perché, prima ancora, ne hanno definito i termini.
Il tedesco Joseph Ratzinger era diventato Benedetto XVI. Il polacco Karol Wojtyła era diventato Giovanni Paolo II. Conservavano le proprie origini. Ma il loro ufficio chiedeva che si collocassero al di sopra delle appartenenze nazionali anche nell’esercizio di quella particolarissima facoltà che consiste nello scegliere chi debba governare il proprio Paese. Questa, almeno, la prassi espressa da quelle quattro parole.
Prevost continua, Leone comincia
Leone XIV ha invece votato. Per corrispondenza, nelle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre 2026. Il Vaticano lo aveva confermato già il 30 ottobre.
E ha tenuto a precisare che Robert Francis Prevost aveva esercitato il proprio diritto di cittadino ogni volta che gli era stato possibile. Richiamando pertanto una continuità personale.
Verissimo. Ma è proprio qui che occorre distinguere. Che Prevost avesse votato prima di diventare Papa spiega la consuetudine dell’uomo. Non costituisce un precedente per il Pontefice. Prima era un cittadino americano che sarebbe diventato Vescovo di Roma. Adesso è il Vescovo di Roma che continua a votare da cittadino americano. La successione delle parole corrisponde a un cambiamento sostanziale della questione.
Il precedente che non risulta
Altri Papi hanno fatto altrettanto quando già sedevano sul trono di Pietro? Per quanto pubblicamente documentato, non risultano precedenti. Questa la formula da adoperare.
La storia chiede di distinguere ciò che non è mai accaduto da ciò di cui non abbiamo testimonianza. Non risultano voti di Francesco nelle elezioni argentine durante il pontificato.
Non sono emersi casi analoghi per i precedenti Pontefici italiani. Per Wojtyła e Ratzinger abbiamo inoltre quella esplicita spiegazione del portavoce vaticano.
“I papi non votano”. Una prassi, dunque. Che non va automaticamente trasformata in un divieto giuridico. Ma neppure liquidata come una particolarità senza significato.
Un cittadino tra gli altri?
Il Vaticano richiama il diritto e il dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici.
Un principio del tutto comprensibile. Resta da chiedersi se il Papa possa esercitarlo con lo stesso significato di qualsiasi altro elettore. La sua scheda vale numericamente quanto quella del vicino. Il suo gesto, una volta conosciuto, pesa assai diversamente.
Non occorre sapere per chi abbia votato. Il punto precede la scelta. Riguarda la posizione di chi la compie. Il capo della Chiesa cattolica è anche il sovrano di uno Stato. E la sua funzione universale si esercita fra popoli governati da persone che egli, votando nelle consultazioni di uno di quei popoli, concorre a scegliere o a contrastare. Si può ritenere che la cittadinanza conservata giustifichi pienamente questa partecipazione. Si può considerare preferibile la precedente astensione. Ma occorre anzitutto riconoscere la novità. La continuità nella biografia di Prevost non elimina la discontinuità nella storia del papato.
*presidente onorario della Fondazione Italia Usa
