Addio a Redford e a un’America che non c’è più

redford kirk america
Robert Redford e Charlie Kirk

di Andrea Minchella

Robert Redford muore a 89 anni pochi giorni dopo l’omicidio di Charlie Kirk. Il grande attore regista americano muore in una piccola città dell’Utah, Provo, dove aveva costruito il suo quartier generale in cui viveva dopo essersi ritirato dalle scene, e in cui, insieme all’amico e collega Sidney Pollack, aveva dato vita al festival di cinema indipendente più famoso e influente della storia, il Sundance Film Festival. Il giovane attivista e influencer viene assassinato in un campus universitario o Orem, sempre nello Utah, dove stava tenendo una delle sue numerose conferenze. Sicuramente una coincidenza. Probabilmente una suggestione. Ma la riflessione dà lo spunto per osservare una terra ormai dilaniata da odio, false notizie, propaganda selvaggia e martiri dell’ultima ora.

Redford oltre ad essere stato un gigantesco attore e un fine e sensibile regista, è stato un immenso promotore di cultura e arte. Non solo. Come i grandi visionari, Redford nel pieno della sua carriera ha capito l’importanza centrale dei giovani come unico mezzo per rigenerare il mondo. Solo puntando sui giovani e sulle loro speranze il mondo può diventare un posto migliore.

E così, nel 1981, fondò il Sundance Institute all’interno del già esistente festival di cinema indipendente Utah/United States Film Festival che si svolgeva a Salt Lake City. La sua fondazione, no-profit, si occupava di dare risalto e un’opportunità vera ai giovani cineasti che avevano difficoltà ad accedere ad una Hollywood sempre più blindata e autorefereziale. Nel giro di pochi anni Redford e il suo amico e collega di una vita Sidney Pollack assunsero la guida del festival. L’evento, che venne ribattezzato Sundance Film Festival nel 1991, crebbe così velocemente che già alla fine degli anni ottanta divenne un evento ed un appuntamento importantissimo per tutta l’industria cinematografica mondiale, e non solo. Passare dal Sundance dava la possibilità a registi emergenti, capaci e decisi, di farsi conoscere dal mondo e dalle case di produzione di Hollywood che, ormai, guardavano il festival come vitale e carico di nuovi punti di vista e di nuove creatività.

Tra i moltissimi autori che hanno incominciato proprio grazie al festival basta ricordare, tra gli altri, il folle Robert Rodriguez, il poliedrico Steven Soderbergh e il leggendario Quentin Tarantino. Ma il Sundance, negli anni, è diventato un evento culturale e sociale che è stato in grado di fomentare e stimolare confronti, discussioni, condivisioni e punti di vista differenti su una società in continua trasformazione e che fosse anche rappresentata nel migliore dei modi in cortometraggi, documentari e lungometraggi proiettati durante la manifestazione. La polarizzazione del festival è diventata negli anni una forza propulsiva capace di diffondere arte cultura e, soprattutto, una visione del mondo, dei giovani e della loro possibilità di parlare e di farsi ascoltare. Confronto civile a base di proiezioni e analisi di filmati che potessero, con verità e poesia, ritrarre un mondo sempre più in subbuglio e sempre meno capace di accogliere, includere, capire e riflettere.

In contrapposizione a questa visione del mondo e del futuro, c’è un’America sempre più ossessionata dal desiderio di supremazia, dalla predilezione all’esclusione più tosto che all’inclusione, dalla dottrina dell’uso delle armi come necessario per mantenere una pace interna nelle città e dalla continua e incessante denigrazione dei propri nemici. Tutto fatto con dichiarazioni, post, conferenze e prese di posizione che invadono i “media” e che, ormai, sono in grado di creare una coscienza collettiva capace di muovere milioni di voti. Nulla di violento, in teoria. La provocazione legittimata dall’uomo più potente del mondo diventa un’arma pericolosa che può, in casi estremi, trasformare un ragazzo completamente abbandonato da ogni istituzione in un freddo e capace killer. Gioire della morte di un uomo, qualsiasi sia la sua natura politica, sociale o religiosa, è folle. Meglio, è folle esternare la propria gioia. È folle rendere pubblico il proprio apprezzamento per un atto così violento. È inopportuno giustificare ad alta voce un assassinio. Altra cosa, però, è domandarsi le cause di un omicidio tanto eclatante quanto, oserei dire, iconografico. Se non si cerca di individuare un possibile nesso tra le conferenze in cui si afferma con una certa tracotanza che l’aborto è una forma di omicidio, che i generi sono solo due, uomo e donna, e che i morti da arma da fuoco sono una sostenibile conseguenza, come un effetto collaterale, per mantenere ordine nella società, e una pericolosa insofferenza ormai diffusissima tra una moltitudine di persone che si sentono esclusi dalla politica, e non solo, del paese in cui vivono, allora rischiamo di sotterrare un problema gigante tra ovvietà, retorica e ipocrisia collettiva. Ma il problema non si attenuerà, anzi sarà sempre più diffuso e pericoloso.

Forse un gigante come Redford, che ha sempre inserito la sua visione critica e politica nelle sue opere, avrebbe potuto e saputo realizzare un racconto vero, chiaro e necessario sulla pericolosa e inarrestabile involuzione sociale e politica che sembra interessare, ormai, non solo gli Stati Uniti ma probabilmente il mondo intero.

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