Allerta clima per chi governa il territorio

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Uno degli effetti del cambiamento climatico anche in provincia di Varese

C’è un aspetto nuovo che le amministrazioni civiche sono chiamate a tener conto nelle loro previsioni di bilancio e di interventi pubblici: si tratta del cambiamento climatico e dei rischi idrogeologici che interessano il 94 per cento dei Comuni italiani, la bellezza di 7.423 città e paesi esposti ai pericoli di frane, alluvioni o erosione delle coste. Lo conferma una recentissima relazione in risposta a una interrogazione alla Camera dei Deputati, nella quale si dice anche che in Italia “le persone esposte al rischio di frana sono 1,3 milioni, mentre sono 6,8 milioni quelle esposte al rischio idraulico. Su un totale di oltre 14,5 milioni di edifici, quelli ubicati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono il 3,9%, mentre quelli ubicati nelle aree inondabili sono il 10,7%”.

Si tratta di dati ufficiali che mettono l’accento sulla fragilità del territorio e su eventuali quanto indesiderate e spesso catastrofiche conseguenze, come purtroppo abbiamo dovuto constatare in questi ultimi anni e nel corso del tempo. Frutto del cosiddetto “climate change”, ma anche della disattenzione sinora posta da enti e privati cittadini a un problema diventato un’urgenza tra le tante che riguardano il nostro Paese. Non c’è bisogno di andare troppo lontano per avere contezza di queste osservazioni. E’ sufficiente soffermarsi alla provincia di Varese, in questi ultimi giorni colpita da nubifragi che hanno messo a dura prova la popolazione e, forse, almeno lo speriamo, hanno finalmente allertato coloro i quali dovrebbero prima di altri accorgersi di quanto sta accadendo, e ora corrono ai ripari.

La necessità di porre mano alle manutenzioni è diventata impellente alla luce di situazioni che, nel Varesotto e nell’Alto Milanese, hanno provocato una serie di disagi e di guai per fortuna contenuti rispetto a quanto, purtroppo accaduto altrove. Questo non significa che possiamo passare oltre, anzi. C’è lobbligo di prendere atto che le bufere, i fortunali, le tempeste prossime agli uragani sono diventati una costante, da cui non si può prescindere. In primis non si può prescindere da una progettualità del territorio che non consideri che le “cataratte del cielo” si aprono con maggior frequenza e con una forza tale da richiedere quella cura programmatoria mai avuta in passato o, in verità, avuta soltanto su alcune situazioni mirate. Pensiamo all’Olona, per esempio. O alle vasche di spagliamento di alcuni torrenti che alluvionavano il Sud della provincia.

Il discorso è però più ampio, richiede l’avvio di sinergie e confronti collettivi, riguarda l’intero sistema idrogeologico, la manutenzione dei boschi oramai inesistente, il monitoraggio di luoghi sensibili alle frane, gli interventi sugli argini dei corsi d’acqua e, appunto, lo studio e la valutazione di piani di governo del territorio che privilegino, assieme ai nodi urbanistici, gli aspetti di salvaguardia idrogeologica; per dirla in charo, è oggi obbligatorio fermare il consumo del suolo, la cementificazione selvaggia, il disinteresse istituzionale per l’ambiente, lasciato spesso sullo sfondo dell’azione amministrativa, la diffusa incuria.

Tutto ciò rappresenta una ulteriore incombenza per gli esponenti pubblici e per i politici in genere. A cominciare dal Governo, passando per le Regioni e le Province, per arrivare agli enti locali, è richiesto loro un nuovo impegno rispetto al clima e ai suoi effetti, nonostante ci sia sempre chi ne minimizzi le ripercussioni o, addirittura, metta in dubbio la realtà dei fatti. Una negazione dell’evidenza che, a questo punto, sconfina nella stupidità e per la quale rischiamo di pagare dazio in futuro e anche prima.

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