di Gian Franco Bottini
Scorrendo le pagine economiche di un “giornalone” capita un giorno di incrociare la riflessione di Bastiat, un economista liberale dell’800, che, dissertando sui problemi del commercio, affermava che “quando non passano le merci, passeranno gli eserciti”. Dati i tempi si riferiva evidentemente alle gabelle tipo “un fiorino”, di Troisi e Benigni, che frenavano il commercio. Nella pagina accanto, una preoccupante informazione sulle difficoltà che sta vivendo la nostra vecchia FIAT (oggi Stellantis), sulle motivazioni che le hanno provocate e sull’impatto negativo che questa situazione potrebbe avere sull’economia e sull’occupazione del nostro Paese.
Questi due argomenti, apparentemente, appaiono fra loro slegati dal tempo; in effetti invece la questione Stellantis, con le sue motivazioni, rende del tutto attuale la riflessione del nostro antenato ottocentesco.
Stellantis afferma che le sue difficoltà nascono dalle fallite previsioni di vendita di auto elettriche; vendite che non si stanno verificando nella misura prevista, causando fermi delle catene di montaggio piemontesi, così come quelle in altri Paesi europei (anche nell’ambito di altre importanti aziende).
Tutto nasce qualche tempo fa da una decisione di Bruxelles, che, sull’altare della strausata “transizione ecologica”, imponeva la fine della produzione e delle immatricolazioni dei veicoli benzina /diesel entro il 2035. Una imposizione che, nelle intenzioni della politica continentale, doveva stimolare i cittadini del vecchio continente a scegliere auto elettriche, anche per preservare nel tempo il valore dei loro acquisti. In parole povere, con tale disposizione si creava la prospettiva di una conversione, in tempi rapidi, di tutto il parco auto europeo. Un boccone prelibato per i costruttori ai quali, viste le loro attuali difficoltà, si può sicuramente imputare di aver “cannato” le loro previsioni di vendita, nell’ansia di impossessarsi della fetta più grossa della torta.

Ma ad aver fatto “i conti senza l’oste” è stata soprattutto l’Europa che pare non aver tenuto conto delle differenze esistenti nei vari Paesi, sia in termini di strutture (le colonnine di ricarica) sia di possibilità economiche dei cittadini che, nel caso specifico, sono stati l’”oste” della situazione. Al di là dei costi di acquisto, evidentemente ritenuti dall’utenza troppo elevati, e delle perplessità sull’utilizzo delle vetture elettriche su percorsi di una certa lunghezza (per la precarietà delle postazioni di ricarica, in alcune parti d’Italia totalmente inesistenti) si è sottovalutata la concorrenza extra europea, in particolare quella cinese, in grado di praticare prezzi completamente ineguagliabili. Il quasi monopolio nella produzione di pile, i sostegni economici governativi, la produzione su larga scala, la “ricerca” stimata in vantaggio di 5-7 anni rispetto ai costruttori europei, fanno della Cina il maggiore competitor che l’Europa dovrà inevitabilmente contrastare.
Data la evidente debolezza delle nostre imprese, fissare oggi delle date ravvicinate (e nel caso specifico il 2035 deve essere considerata tale) per accelerare il ricambio del parco auto europeo sarà come fare uno spot pubblicitario per il nostro maggiore concorrente.
E’ evidente quindi che l’Europa dovrà fare qualcosa per difendere imprese e posti di lavoro ed è qui che il buon Bastiat ci farà sopra una risata, perché qualsiasi possa essere la modalità difensiva adottata, essa confermerà l’attualità della sua sopra citata affermazione. Deve essere infatti chiaro che oggi, nei settori economici, le “guerre” non si fanno coi cannoni come ai tempi di Bastiat, ma se qualcuno pensa di sparare le “cannonate” a suon di dazi e di sanzioni, l’altro risponderà con il taglieggiamento su forniture quasi monopolizzate (pile, nel caso specifico).
La minaccia di dazi europei, più che spaventare l’avversario (la Cina) lo hanno fatto sorridere, vista la spaccatura che si è creata sull’argomento fra i nostri stessi Paesi. Ancora una volta quindi, si verifica l’inadeguatezza della attuale Unione Europea che nel campo economico, all’esterno dei propri confini raramente riesce a proporsi unitariamente, come conseguenza del fatto che le proprie decisioni impositive difficilmente tengono conto delle diversità fra i propri “soci ordinari”, facendo prevalere gli indirizzi, e gli interessi, dei “soci di maggioranza”.
La “guerra” dell’auto elettrica è agli inizi, ma già qualche Paese europeo sta rompendo il fronte cercando di trattare l’armistizio, con le prerogative però dello sconfitto. L’Italia pare essere fra questi e in tal caso la contropartita si chiamerebbe “facilitazione di investimenti produttivi cinesi” in Italia, questo proprio mentre la FIAT mette costantemente in forse i posti di lavoro nel nostro Paese. Ci scusiamo se noi continueremo a chiamarla FIAT, ma speriamo che questo possa servire a ricordare un passato fatto di decenni di sostegni statali, dei quali “gli Agnelli” (se ancora ne è rimasta traccia!) farebbero bene a non scordarsi.
Purtroppo è tempo di guerre e se su quelle “con le bombe” l’Europa, seppur con difficoltà, riesce ancora a restare unita, su quelle economiche, diverse ma ugualmente impattanti, “si salvi chi può”.
