ROMA – Caso Beko: nell’incontro tenutosi oggi – giovedì 8 ottobre – presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale turca ha sostanzialmente confermato il piano per l’Italia, riferendo che il peggioramento del mercato sta tuttavia determinando un forte calo dei volumi e un rallentamento degli investimenti. Ha altresì confermato che proseguono la riorganizzazione dei siti e la gestione degli esuberi.
L’intervento del ministro
Mentre il ministro Adolfo Urso ha spiegato: «Abbiamo incalzato la Commissione europea affinché adotti misure urgenti e un piano strategico per rendere sostenibile la produzione di elettrodomestici in Europa. In questa direzione va il non-paper italiano, sostenuto da Germania, Francia, Polonia, Spagna e Slovacchia e discusso all’ultimo Consiglio Competitività a Bruxelles: un’iniziativa che ha incassato l’impegno della Commissione, confermato dal vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné in una recente lettera. Ora occorrono interventi concreti anche per contrastare gli effetti della sovrapproduzione cinese».
La denuncia dei sindacati
Insoddisfatta la parte sindacale che con una nota congiunta sottolineano: «Abbiamo denunciato che Beko sta venendo meno alla corretta realizzazione del piano industriale concordato con l’intesa del 2025, in particolare sul versante della carenza di adeguati investimenti di prodotto, di volumi produttivi insufficienti e quindi di pesante ricorso alla cassa integrazione».
La nota affronta anche la questione che più tocca da vicino i lavoratori del comparto di Cassinetta di Biandronno: «Sono crollate le produzioni della cottura, anche a causa del rinvio del lancio del nuovo forno, e abbiamo perfino ragione di temere la delocalizzazione di alcuni modelli di frigoriferi, con un conseguente aumento della cassa integrazione; sia a Melano sia a Comunanza i volumi sono molto al di sotto dei target previsti, tanto che sta aumentando a dismisura il ricorso agli ammortizzatori sociali. Negli uffici continua poi la collocazione in cassa integrazione degli impiegati, nonostante le numerosissime uscite volontarie incentivate avvenute nel frattempo. Non sono garantite con un normale turnover le posizioni strategiche delle divisioni ricerca/sviluppo, qualità e commerciale. L’unica realtà che in questa fase sembra meno colpita dalla crisi è quindi quella di Carinaro».
Il silenzio di Beko
La nota sindacale prosegue: «La Direzione di Beko si è trincerata con una posizione a nostro avviso meramente formale di rispetto degli accordi nel mantenimento in Italia delle fabbriche e delle funzioni di staff. Come sindacato abbiamo denunciato che Beko non solo sta rinviando gli investimenti di prodotto necessari agli stabilimenti italiani, ma sta privilegiando, con una strategia commerciale scellerata, le produzioni a basso costo a detrimento di quelle italiane. Abbiamo quindi chiesto al MIMIT di far valere le garanzie di salvaguardia delle produzioni italiane che il Ministero stesso aveva prestato. Per farlo occorre, a nostro avviso, che il Governo intervenga direttamente sulla proprietà turca, richiamandola alle sue responsabilità e chiedendo dignità e autonomia per le realtà e il management italiani. Al contempo deve concretizzarsi la politica di sostegno al settore degli elettrodomestici, in oggettiva difficoltà. Per quanto concerne lo stabilimento di Siena non è stata ancora individuata una precisa soluzione di reindustrializzazione, ma il Ministro ha parlato di un interessamento di Leonardo. Giacché troppe volte la soluzione per Siena è stata data per imminente sui giornali, ma poi smentita e procrastinata, chiediamo al Mimit una convocazione specifica per Siena, che chiarisca l’effettiva portata dell’interessamento di Leonardo. Da Siena al resto del gruppo troppe questioni restano in attesa di risposta, per cui consideriamo il tavolo di oggi solo sospeso e siamo pronti a nuove mobilitazioni dinanzi a ulteriori ritardi».
L’intervento del Cinque stelle Ferrara
Il ministro Urso chiede all’Europa misure urgenti contro la concorrenza cinese nel settore degli elettrodomestici. Una richiesta condivisibile, ma forse il Governo dovrebbe guardare anche un passo più avanti. Perché mentre discutiamo di come fermare i prodotti cinesi alle frontiere, rischiamo di non accorgerci che domani potrebbero essere proprio i gruppi cinesi ad acquistare le nostre industrie.
È quanto dichiaro alla luce degli sviluppi della vertenza Beko, che stiamo seguendo anche attraverso l’attività parlamentare del Movimento 5 Stelle nella Commissione Attività Produttive della Camera.
Ho incontrato personalmente rappresentanti dei vertici di Beko alla Camera, dove è emersa la necessità di garantire condizioni di concorrenza più equilibrate rispetto ai produttori cinesi e di rafforzare le tutele del mercato europeo. Ma la competizione industriale sta cambiando rapidamente. Il rischio è che i grandi gruppi asiatici non si limitino più a esportare prodotti, ma puntino sempre maggiormente ad acquisire marchi, stabilimenti e quote di mercato direttamente in Europa. L’interesse manifestato in passato da Midea per Electrolux rappresenta un segnale da osservare con attenzione. Una dinamica che potrebbe riguardare anche il settore automobilistico.
Il problema non è la nazionalità di chi investe, ma chi mantiene il controllo delle produzioni, delle tecnologie e soprattutto delle decisioni industriali.
Per la provincia di Varese questa non è una questione astratta. Beko rappresenta una vertenza che coinvolge lavoratori, famiglie e un patrimonio manifatturiero che non possiamo permetterci di disperdere. E oggi, mentre si registrano rallentamenti negli investimenti e difficoltà produttive, servono risposte concrete, non soltanto nuovi annunci.
Come Movimento 5 Stelle chiediamo al Governo garanzie verificabili sugli investimenti previsti dal piano industriale Beko, sulla salvaguardia occupazionale e sul futuro degli stabilimenti. Allo stesso tempo, serve una strategia europea capace di garantire reciprocità commerciale, innovazione e tutela delle filiere produttive, senza considerare ogni investimento estero automaticamente una minaccia.
Perché il vero rischio non è soltanto perdere quote di mercato, ma perdere la capacità di decidere il futuro della nostra industria.
E al ministro Urso vorrei lasciare una riflessione: mentre cerca di fermare gli elettrodomestici cinesi alle frontiere, farebbe bene a preoccuparsi anche di chi potrebbe acquistare le fabbriche che quegli elettrodomestici li producono.
Perché sarebbe davvero un capolavoro politico: aver difeso il mercato europeo dalle importazioni, per poi scoprire che nel frattempo abbiamo perso il controllo della nostra industria.
