Bello uguale sicuro: le città lo aspettano

sicurezza decoro città
La sicurezza di una città passa anche dalla sua cura e dalla sua bellezza

di Massimo Lodi

Oltre che tutelare, per quanto gli compete, l’ordine pubblico, c’è qualcos’altro in cui i sindaci potrebbero adoperarsi soccorrendo la causa della sicurezza. Mi vien naturale di scriverlo dopo aver letto l’editoriale di Vincenzo Coronetti. Esaustivo perché dice chiaro: invece di lamentarsi bisogna fare; e fare al di là delle ideologie; e non nascondere la polvere sotto il tappeto quando si comanda e tirarla fuori a mo’ di tornado quando ci si oppone. Un amministratore è un amministratore, sempre. E conta se è bravo o no, non se ha appesi al muro i manifesti di destra piuttosto che di sinistra (il centro, ahinoi, è scomparso).

Non servirebbe aggiungere altro alla diagnosi politico-sociale del direttore. Ma un pensierino piccolo, forse ci può stare. È questo. Le nostre città sarebbero meglio tutelate, e vivremmo una qualità di vita diversa, e ci lamenteremmo di meno, e la partecipazione civica offrirebbe soddisfazione se il bello precedesse il buono. Ovvero: se il decoro di Varese, Busto, Gallarate eccetera risultasse d’un profilo più alto. Invece è sempre lì, in zone da classifica medio-bassa, quasi che non fosse primaria l’esigenza di avere luoghi condivisi d’adeguato ornamento. Ornamento? Sì. Ingentiliti da addobbi floreali, curati nell’armonia dei dehors di bar/caffè/ristoranti, puliti-pulitissimi in ogni angolo, curati nel dettaglio minimo. Ecco, il dettaglio. Non un particolare, e invece uno scampolo di generalità. Tanti particolari realizzano l’insieme. Tanta trascuratezza produce il danno. Ed è assai nocivo: incentiva al peggio.

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Massimo Lodi

Di qui l’equazione bello-buono. Ma gli amministratori faticano a capirne l’importanza. Per la precisione: durante le campagne elettorali è uno spreco di parole pro vivibilità spicciola, ambientalismo impeccabile, armonia, lindore eccetera. Si spiega che fan rima con la certezza d’un urbanesimo al di sopra degli sfregi dei superficiali, degli egoisti, naturalmente dei vandali. Tutta gente che non considera, come dovrebbe, il bene pubblico alla stregua del bene privato. Finite le campagne elettorali, il virtuoso proposito finisce tuttavia in coda alla graduatoria delle emergenze. C’è una spiegazione? Non c’è.

Però, visto che capita di parlarne grazie al citato editoriale, sarebbe finalmente l’ora di ricevere una risposta sensata. Non serve ricordare che la grandezza di Atene fu tale specialmente in conseguenza del piccolo contributo che ciascun singolo diede alla comunità. Serve ricordare che, per ottenere questo contributo, venne proposto a ciascun singolo l’esempio dall’alto cosicché dal basso giungesse armonica risposta. È l’inclusività di cui molto si riempiono i discorsi e quasi nulla le piazze. La piazza popolare, l’agorà. C’era una volta, c’è oggi. Bisogna posteggiarvi la concretezza, non il vaniloquio. La benzina dell’astensionismo.

Ordine pubblico e sindaci: ma che colpa abbiamo noi?

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