di Massimo Lodi
La Lega ce l’aveva puro? Ma sì, propri inscì. Umberto Bossi, un puro. Al di là di provocazioni, errori, giravolte, sfortune, cadute, abissi. Puro più che duro, com’egli declamò in un beffardo/ghignante comizio dell’epoca aurea. Puro, testimonia Giuseppe Leoni, suo pluridecennale amico, scudiero, confidente. Puro, e dunque, ab origine: capace d’esser visionario. Traiettoria: ribaltare la Prima Repubblica, influire sulla Seconda, immaginarne una Terza ancora da venire. E che lui pensava dovesse sorgere sulle ceneri del mondo politico di cui ormai condivideva poco o nulla.
Bossi è stato l’impronosticabile rivoluzionario degli anni Ottanta. Salì un giorno a Villa Mirabello, Varese, musei civici, assieme a Leoni per presenziare all’uscita del libro I nost proverbi di Umberto Zavattari, ex assessore democristiano e custode del Sancta sanctorum bosino. S’incuriosiva d’ogni rievocazione, cenno, scoperta che riguardasse il dialetto. In dialetto rilasciava battute ai cronisti, nel corridoio del Salone Estense, fiancheggiante l’aula del Consiglio comunale, tra una tirata di sigaro e mezzo bicchiere di Coca Cola. In dialetto annunciò la candidatura, anno ’85, di Leoni allo scranno municipale. In dialetto il 30 settembre un trionfante Leoni -scapigliato, baffoni, papillon– lesse il discorso studiato con Bossi. Stupore, proteste, risate, persino zuffe rusticane. Era una pochade o un putsch? Il secondo, non la prima. Ma regolare, legittimo, democratico. Lì iniziò l’Avventura Verde tinta d’istituzionale, poi vòltasi in carnevalismi: il Sole delle Alpi, le ampolle d’acqua del dio Po, il tricolore da usare non esattamente come carta costituzionale eccetera. Nell’87, cioè in un amen, Bossi eletto senatore e Leoni deputato. Quindi la valanga che sconvolse il Settentrione prima e l’Italia poi. Con pregi nella voglia di rinnovamento, difetti negl’incagli della politique politicienne, che alla fine non risparmiò i giacobini lombardo-veneti, svestite canotta e devolution.
Il leghismo fu propedeutico a Tangentopoli e Tangentopoli funzionale al leghismo. Dal ’92 a seguire, un’ascesa di favore popolare resa possibile dall’esaltazione delle radici, del territorio, del localismo. E, specialmente, dalla demonizzazione della casta, degl’inciuci, del magna-magna. Roma ladrona, sémm capìi. Ci guadagnarono Varese e provincia, ottenendo -in virtù dell’intesa tra l’Umberto e il Silvio– potere nella capitale, superpoteri in periferia. Tre sindaci e ventitrè anni di comando nel capoluogo, mica paglia. Per non dire del governatorato lombardo con Maroni.
Ricorda Leoni: Bossi era la mente, noi le braccia. Non si discutevano le sue decisioni: si eseguivano e basta. Roba da militanza, qui sì, dura e pura in un botto unico: credere, obbedire, combattere. Garibaldi e Lenin alleati nel dar la caccia ai balabiótt. Leo è stato il più fedele dei fedeli, spesso rinunziando a ruoli di prestigio per stare alla larga -parole sue- da qualche aborrito infedele degl’infedeli. All’Umberto non ha mai fatto mancare vicinanza, comprensione, affetto. Neppure nelle svolte critiche, neppure quando le inchieste giudiziarie investirono il Capo and family, neppure allorché il fondatore della Lega lasciò la guida della Lega per il bene della Lega. Piangendo, nella Notte delle scope, Bergamo, quattordici anni fa.
Le visite a Gemonio, nella villa Liberty spartano color sabbia affacciata sulla statale, hanno resistito al tempo, ai rovesci, agli affanni, alle mestizie, agl’imbarazzi. Prevalendo sempre il ricordo gioioso dell’impresa iniziale; del suo proseguire in forma di missione (missione, sic et simpliciter definita dai primi carovanieri del Padanesimo); della certezza che alla fine il bilancio storico avrebbe marcato il segno più. L’ultimo incontro dei due pionieri, lo studente fuori corso di Cassano Magnago e l’architetto di Mornago, è avvenuto due settimane fa. Molti silenzi, lunghe occhiate, chiacchiere sommesse, un drink di pìetas. La sostanza: il testamento spirituale/partitico dell’Umberto al Leo. Spirituale perché nella cornice d’una persuasa, spontanea, intima emotività; partitico perché indirizzato a una creatura (meglio: ‘a creatura, in tema di goliardia terrona, sempre presente/irriverente nel divertissement nordista) che, nata con un profilo, era divenuta adulta con un altro e stava invecchiando con un altro ancora.
Dovete riunire le anime disperse del leghismo, ha bisbigliato Bossi a Leoni, e scordare disarmonie, spaccature, risentimenti, faziosità. Dovete fare una Pontida della riconciliazione. Esattamente questo, davanti a testimoni, compresa Manuela moglie del Senatùr: Pontida della riconciliazione. E Leoni, raccolta la volontà di Bossi, ha subito diffuso la richiesta. A Salvini, Giorgetti, Calderoli, Fontana, altri.
Aspetto che mi rispondano, sussurra immalinconito in un’alba diversa dalle albe di mezzo secolo d’entente sodale che più sodale non si può: basti pensare alla celebrazione della messa, cui assistevano insieme, ormai da anni. È scomparso il compagnone/il superiore d’una epopea che nessuno si sarebbe immaginato di simil fatta. Scomparsa la fede nell’irrazionale che tanta razionalità ha prodotto. Scomparse le vestigia, mica poi così immaginifiche, d’un irripetibile passato. Scomparsi i sogni trasformatisi in prodigiosa realtà, finché l’incantesimo s’è rotto, lasciando fragorosi cocci. Resta il dovere della memoria, qualsiasi opinione si abbia di questo dovere; qualunque valutazione si dia di questa memoria. Resta Pontida, gira e rigira. Nacque ispirandosi a un raduno della gioventù cattolica che Giovanni Paolo II, meraviglioso Wojtylone, impose a Santiago di Compostela. Può rinascere, in ridottissima e umile scala, ispirandosi a un sacerdote laico di provincia che mai avrebbe presunto d’innalzare la chiesa dello sperato federalismo così in alto da minarne l’equilibrio e vederla sgretolarsi nella pianura sovranista. Leoni ha ricevuto e consegnato un’eredità morale, è cominciato lo stand by delle pratiche notarili. Non si accetta, ammonirebbe il tribuno dei tribuni, un tergiversare da gratacû.
