Buone e cattive notizie dai teatri di guerra

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, la buona notizia è che il Consiglio Europeo il 1° febbraio, caduto il veto dell’ungherese Orban, ha approvato 50 mld di aiuti per Kiev. Nonostante l’affaticato impegno dell’Europa, le intenzioni appaiono buone e Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera afferma che il sostegno continuerà “più forte che mai”. La cattiva notizia è che l’annunciata controffensiva che le forze ucraine avrebbero raggiunto il Mare di Azoz e interrotto la continuità territoriale tra il Donbass e la Crimea è fallita. Le battaglie sono durissime e l’esercito di Kiev è in evidente difficoltà.

Il blocco degli aiuti per 60 mld di dollari provocato dai repubblicani, ancora presente al Congresso americano, è una grave minaccia per l’esercito di Kiev, anche se all’orizzonte si delinea un accordo bipartisan fra repubblicani e democratici che porterebbe a superare il contrasto. Per l’Ucraina i tempi sono bui poiché è ormai presente la difficile necessità per il reclutamento di almeno mezzo milione di uomini, necessari per continuare utilmente le azioni militari, la già evidente penuria di munizioni e la crescente difficoltà dello scudo di droni a contrastare l’artiglieria nemica. È vero anche che i droni marini ucraini hanno affondato la nave portamissili russa Ianovets al largo della Crimea.

Mi pare evidente che Putin crede di avere la vittoria in tasca ma, in realtà, i suoi soldati occupano solo non più del 20% del territorio ucraino. Una battaglia durissima è quella che si combatte intorno ad Avdiivka, una città del Donbass vicino a Donersk, considerata filorussa e perciò bombardata da Kiev. Se questa dovesse cadere, la linea di difesa ucraina dovrà arretrare di almeno 20 km. Questo solo per sottolineare come le sorti della guerra siano ad oggi molto incerte. La Russia punta ad un conflitto di logoramento nella convinzione che, nel lungo periodo, le opinioni pubbliche e per conseguenza le democrazie occidentali si stanchino e cessino di sostenere l’Ucraina.

Ricordo che la Russia ha trasformato una parte degli impianti industriali in una attivissima industria di guerra, spostando risorse umane e materiali, in questo supportata dall’economia cinese con l’appoggio esplicito dell’Iran e della Corea del Nord. E comunque gode ancora di una economia più che buona nonostante le fortissime pressioni occidentali. La paranoia nazionalista, il rancore sciovinista e la pazienza del popolo russo spiegano solo in parte ciò che è avvenuto. Intanto i salari sono cresciuti grazie alla carenza di mano d’opera ad opera della parziale mobilitazione del paese e della fuga di centinaia di migliaia di giovani che non vogliono andare al fronte.

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Ivanoe Pellerin

Inoltre, a causa dell’economia bellica, è aumentato il debito pubblico, anche se ben poca cosa a fronte a quello italiano, rendendo la “spesa” più facile per tutti. Da ultimo occorre notare che il “paese” non se la passa poi male. In ciò hanno contribuito le “importazioni parallele”, ovvero una specie di contrabbando esplicito, grazie all’intervento di altri Stati quali la Cina, l’India, la Turchia, il Kazakistan, gli Emirati Arabi Uniti. La Cina non si lascia sfuggire nessuna occasione per sostituire l’Occidente sul mercato russo ed anche l’India collabora volentieri comprando il gas e il petrolio di Mosca in abbondanza.

A proposito di Medio Oriente. La cattiva notizia è che il principe reggente ed erede al trono dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman (Mbs), che vorrebbe traghettare il suo popolo verso il terzo millennio su posizioni filoccidentali, vede il suo progetto Vision 2030 in serio pericolo proprio a causa delle azioni belliche delle milizie Houthi che dalle coste yemenite minacciano la navigazione occidentale, tanto da far intervenire le marine militari degli USA e della Gran Bretagna. I missili sparati contro le navi mercantili sono forniti dall’Iran in funzione anti-saudita. Infatti oggi lo Yemen è sconvolto da una guerra per procura tra il nord filo-saudita e il sud filo-iraniano poiché gli sciiti ribelli non accettano il governo imposto dell’Islam sunnita custode della Mecca. L’attacco di Hamas ad Israele è giunto “al momento giusto” per impedire a Mbs di siglare gli accordi di Abramo che, con il riconoscimento di Israele, avrebbero portato lo stato ebraico a far parte a pieno titolo della comunità mediorientale.

Proprio a causa di questi gravi timori, l’Arabia Saudita ha aumentato del 16% rispetto al 2021 le spese militari fino agli attuali 75 mld di dollari. I suoi principali paesi fornitori di armi sono in ordine di quantità gli USA, la Francia e il Regno Unito. Una nota sorprendente è che anche la Cina ha ricevuto una commessa per gli armamenti da parte di Mbs per un valore di oltre quattro mld a giustificare che Riad si aspetta la minaccia da parte dello Yemen. Anche l’Italia, nel suo piccolo, fornisce armi al regno saudita fino ad un valore di 150 mln di dollari, cifra che potrebbe ancora aumentare con ulteriori autorizzazioni per la vendita di missili, bombe e munizionamenti vari. Tutto ciò non deve stupire perché, dopo l’assassinio del generale Qassem Souleimani in Iraq, da parte degli americani (pare), le antiche ruggini fra sciiti e sunniti sono riaffiorate e si stanno rafforzando. Inoltre l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre ha convinto il clero sunnita che gli sciiti iraniani non vogliono la pace.

Cari amici vicini e lontani, la buona notizia è che il segretario di Stato americano Anthony Blinken cerca in tutti i modi di spingere Israele ad un accomodamento con Riad sostenendo l’accettazione di un percorso per la nascita di uno Stato palestinese. La cattiva notizia è che, se così non fosse, l’orizzonte potrebbe essere quello di una guerra che potrebbe coinvolgere tutti i protagonisti del Medio Oriente.

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