Busto Arsizio e il modello italiano

busto modello italiano

Con un post su Facebook l’eurodeputata Isabella Tovaglieri rivendica di aver contribuito, quando gestiva l’assessorato all’Urbanistica di Busto Arsizio, a sbloccare importanti interventi privati su alcune aree delle Nord. Progetti che cambieranno lo skyline della città  (tra l’atro è previsto un grattacielo di venti piani) e, soprattutto, completeranno la riqualificazione dell’intera zona. Una bella notizia. Se non fosse che la variante al Pgt promossa da Tovaglieri è di otto anni fa e della cosiddetta area bustocca delle Nord, ora oggetto anche di un cantiere pubblico di rigenerazione urbana, se ne parla da più di trent’anni.

Non esattamente un esempio di efficienza, che riguarda il sistema amministrativo e politico nel suo insieme, per il quale le lungaggini sono all’ordine del giorno, dovuti alla dominante burocrazia e a tutti gli intoppi, tecnici e politici, quando non sono inghippi, che ritardano la realizzazione delle infrastrutture pubbliche o private che siano, coi relativi costi economici.

Per il nostro Paese non è una novità, la vicenda di Busto Arsizio è uno dei cento, mille esempi di una situazione inammissibile altrove, in giro per l’Europa e nel mondo: in Giappone, in un paio d’anni o poco più, si progetta e si costruiscono ospedali. Qui da noi, per rimanere a Busto, sono decenni che è in ballo il Grande Ospedale della Malpensa, ufficialmente lanciato in pompa magna alcuni mesi fa e riferito con enfasi allo scalo della brughiera; ospedale del quale è prevista l’inaugurazione sine die, forse tra un decennio secondo un cronoprogramma esposto a ritocchi, correzioni, varianti, aggiustamenti sulla base delle circostanze del momento e degli umori della classe dirigente, condizionata appunto dalla burocrazia ma, spesso, dalla sciatteria e dalle inadempienze.

Di cosa possiamo stupirci più? Il paradigma principe del modello italiano è il Ponte sullo Stretto. Milionate di euro già spese in progetti, studi, verifiche di pericoli ambientali e strutturali, vicende giudiziarie, chiacchiere e zero risultati. Un’opera da molti ritenuta inutile e pesantemente invasiva a fronte, per esempio, dell’urgenza di riqualificare le autostrade della Sicilia, “arterie disastrose e rischiose”, sulle quali è stato imposto il limite di sicurezza di 60 chilometri all’ora. Ne dà notizia La Repubblica di venerdì 9 ottobre. A testimonianza di come, sempre e ancora la politica, perda di vista i veri problemi e privilegi i suoi obiettivi d’opportunità e d’immagine.

Insomma, si preferisce il marketing alla concretezza. Che chiama in causa anche e soprattutto procedure farraginose, al limite dell’assurdo, storicamente complesse. Così che passino trent’anni (ma forse sono di più) prima di risolvere “sulla carta” un’area degradata (vedi Busto Arsizio) e nessuno sembra interessarsi della questione vera, cioè i clamorosi ritardi procedurali che bloccano gli interventi, anche i più impellenti e di interesse collettivo.

Qui entriamo in un campo minato, che coinvolge gli enti, la sanità, la pubblica amministrazione e tutto quanto ci riguarda da vicino. Discorso che sarebbe imprescindibile, che richiederebbe subito una vera e definitiva riforma, supposto che sia possibile riformare uno scenario incancrenito, arenato in norme borboniche e rendite di posizione, al netto della volontà politica che non c’è. Una politica che sceglie di parlare d’altro, magari truccando le carte con la facile propaganda, più remunerativa di un impegno vero ma faticoso per affrontare i guai del sistema.

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