BUSTO ARSIZIO – La preoccupazione è diventata una componente sempre più concreta della giornata di lavoro di chi opera nei pronto soccorso. Minacce, insulti, aggressioni fisiche: episodi che non rappresentano più un’emergenza isolata, ma il sintomo di una situazione che, secondo la Fp Cgil Varese, è diventata «sempre più pericolosa e meno sostenibile da parte dei lavoratori».
A riportare il tema al centro dell’attenzione sono anche gli ultimi episodi avvenuti negli ospedali varesini: a pochi giorni dall’aggressione registrata a Busto Arsizio, un caso analogo si era verificato appena una settimana prima all’ospedale di Gallarate. Una sequenza che alimenta la preoccupazione di chi ogni giorno lavora in prima linea.
Davide Farano, segretario generale della Fp Cgil Varese, invita però a non fermarsi alla discussione sulla sicurezza intesa soltanto come maggiore presenza delle forze dell’ordine, telecamere o posti di polizia. «Dati alla mano, quello svolto da chi oggettivamente rappresenta il baluardo della prima linea della salute pubblica italiana è diventato un lavoro pericoloso», spiega. E il timore è che la situazione possa peggiorare ulteriormente: «In prospettiva, visto che gli interventi in emergenza all’interno dei pronto soccorso diventano via via più complessi, il contesto non potrà che peggiorare».
Tempi d’attesa e tensione
Il problema, secondo il sindacalista, riguarda anche i tempi di attesa. «Interventi che diventano via via più complessi non possono gioco forza che allungare le attese». E proprio l’attesa, soprattutto per chi arriva con un codice di minore gravità, può diventare una miccia in un ambiente già sotto pressione.
I numeri spiegano perché tra gli operatori sia cresciuto il timore. Nel 2025 sono state quasi 18mila le aggressioni segnalate ai danni di operatori sanitari e sociosanitari, per un totale di 23.367 lavoratori coinvolti, considerando che un singolo episodio può riguardare più persone.
È quanto emerge dalla Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie, pubblicata dal Ministero della Salute in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari. Le segnalazioni sono sostanzialmente stabili rispetto al 2024, quando erano state 18.392, ma cresce il numero complessivo degli operatori coinvolti: circa 22mila l’anno precedente, oltre 23mila nel 2025.
«Non basta l’indennità»
Numeri che, per Farano, rendono ancora più evidente quanto sia fragile l’idea di affidare alla sola indennità economica la risposta a un problema di sicurezza.
«L’indennità di pronto soccorso sul lungo periodo non sarà sufficiente a motivare chi svolge un lavoro fondamentale nei nostri ospedali a continuare a farlo. Quattrocentocinquanta euro in più al mese per affrontare il rischio di essere minacciati, picchiati, aggrediti o peggio non possono essere un incentivo ad affrontare un rischio simile, quantomeno sul lungo periodo.».
Il paragone con Marcinelle
Il paragone scelto dal segretario della Fp Cgil è volutamente forte: «Di questo passo sarebbe come chiedere alla gente di tornare a lavorare a Marcinelle».
Un riferimento alla tragedia della miniera belga del 1956 che diventa, nelle parole del sindacalista, la metafora estrema di un lavoro nel quale il rischio non può essere considerato una componente normale della professione.
C’è poi un altro elemento che, secondo Farano, deve essere considerato: l’età media degli operatori che aumenta e la forte presenza femminile tra il personale. «Consideriamo anche che l’anzianità degli operatori si sta alzando sempre di più e che il personale è in buona parte femminile, fatto che aumenta il rischio di aggressività».
Una questione culturale
Per la Fp Cgil, dunque, la sicurezza non può essere affrontata soltanto a valle dell’aggressione. «Non nego che sul problema si sia tentato di mettere la testa. Credo, però, che vista la situazione le soluzioni sinora individuate non solo non siano risolutive ma nemmeno sufficienti».
La prima risposta, secondo Farano, dovrebbe essere culturale. E qui entra in gioco quella che il sindacalista definisce una carenza di educazione civica degli utenti.
«Io credo che si debba intervenire prima di tutto a livello di educazione civica. È un fatto culturale, come per il femminicidio. Dovremmo iniziare dalle scuole per creare gli anticorpi necessari a tutelare questi lavoratori».
Prima del poliziotto, il mediatore
Non solo prevenzione culturale, però. Anche la gestione concreta delle situazioni di tensione, secondo il sindacato, richiederebbe figure diverse da quelle impiegate oggi.
Prima dell’intervento del poliziotto, sostiene Farano, dovrebbe esserci «un mediatore capace di interagire in una situazione di potenziale aggressività perché il personale che opera negli ospedali non è formato per fronteggiare questo tipo di situazioni».
Il nodo delle dipendenze
Un capitolo particolarmente delicato riguarda poi le persone con problemi di dipendenza da alcol e droga, che possono arrivare nei pronto soccorso in condizioni di alterazione e dare in escandescenze.
«Quello delle dipendenze è il capitolo forse più drammatico che riguarda la nostra sanità. I centri di presa in carico, infatti, sono stati completamente abbandonati. La casa di chi affronta una dipendenza non può essere il pronto soccorso, ma per contro le strutture deputate alla cura di questi pazienti vengono via via lasciate indietro. Sono sguarnite e insufficienti, una carenza che certamente non fa che aumentare l’emergenza aggressioni».
Il tavolo in Prefettura
La questione potrebbe arrivare anche al prossimo tavolo per la sicurezza in Prefettura. Ma proprio qui, per la Fp Cgil, si apre un’altra criticità: chi vive quotidianamente il problema rischia di non essere ascoltato.
«Tavolo al quale, però, i lavoratori, chi ogni giorno vive queste situazioni, non avrà voce. E questa è da considerarsi un’occasione persa».
Farano indica anche una possibile alternativa: «Non si vuole politicizzare il tavolo interpellando le rappresentanze sindacali? Si dia voce ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza».
Per il sindacato, infatti, ascoltare chi ogni giorno entra in un pronto soccorso significa conoscere il problema prima ancora di intervenire. «Solo così si avrà davvero il quadro della situazione da fronteggiare, potendo ascoltare anche soluzioni che spesso non solo si rivelano molto efficaci, in quanto basate sulla realtà, ma anche economicamente più sostenibili di quelle calate dall’alto».
La sicurezza non può aspettare
La richiesta, dunque, non è soltanto di aumentare la sicurezza attorno ai pronto soccorso, ma di intervenire sulle cause che alimentano la tensione: tempi di attesa, carenza di personale e strutture per le dipendenze, formazione, mediazione ed educazione civica.
