Busto, il disagio dei minori si può prevenire: si rinnova il progetto PIPPI

BUSTO ARSIZIO – Si chiama PIPPI, acronimo di Programma di Intervento per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione ed è una delle iniziative che l’amministrazione comunale mette in campo per frenare il numero di “figli del sindaco” a carico della collettività. «I minori sotto tutela del Comune attualmente sono circa 660», come rivela l’assessore all’inclusione sociale Paola Reguzzoni, ma un anno fa erano arrivati ad essere più di 700. «Questo progetto di prevenzione del disagio minorile ha evitato almeno 5 o 6 casi di provvedimenti del Tribunale dei Minori».

Il progetto

Una goccia nel mare, forse. Ma indispensabile «per evitare che la vulnerabilità diventi fragilità», come sintetizza Sergio Ceriotti della cooperativa Elaborando, che in tandem con la cooperativa Davide segue il progetto, al tavolo con i servizi sociali del Comune e con le scuole del territorio. «È prevenzione del disagio dei minori prima che arrivi al livello di allerta – sottolinea l’assessore Reguzzoni – sono percorsi di presa in carico completa di tutta la famiglia, in termini di sostegno alla genitorialità, per prevenire che il minore presente nel nucleo si trovi in situazioni di marginalità, abbandono scolastico o disagi più gravi come devianze o dipendenze». Partendo possibilmente già dalle scuole di ordine inferiore, sulla base del principio che «una fragilità genitoriale al nido si può sanare – il realismo dell’esponente della giunta – alle scuole elementari o medie ha già fatto danni». A volte irreparabili.

Le famiglie coinvolte

La novità è che il progetto continua, dopo tre anni di sostegno con i fondi Pnrr, con una nuova modalità di finanziamento. Sono 30, in questo primo triennio, i nuclei familiari che hanno completato il percorso (della durata che va da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi) – per due terzi circa italiani e per un terzo stranieri – mentre una ventina sono quelli che non lo hanno portato a termine, o per un trasferimento di residenza o per un’evoluzione positiva o negativa, come il passaggio a interventi di tutela più strutturati. L’obiettivo è prevenire casi che porterebbero all’intervento del Tribunale dei Minori: «Almeno in 5-6 casi si sono evitate conseguenze traumatizzanti per il minore e la famiglia e onerose per il Comune». Tenendo conto, come rivela Paola Reguzzoni, che solo nel weekend tra sabato e lunedì i servizi sociali si sono ritrovati con «sei “figli” in più. E nella maggior parte dei casi il disagio deriva da povertà educativa ed economica banale. Mera incapacità di prendersi cura dei bambini».

Il percorso

Ecco perché un progetto come PIPPI può rappresentare una svolta per un Comune che ha già circa 660 minori tutelati. «È una spinta gentile e multidisciplinare per recuperare le situazioni di difficoltà – sottolinea Ceriotti – le famiglie devono riconoscere e accettare un percorso, che è fatto di micro progetti». Passi avanti per la prevenzione. Il tutto parte dalla rete con le scuole, i servizi specialistici sanitari, le società sportive, le associazioni. Che «non si limitano alle segnalazioni, ma hanno iniziato a riconoscere la possibilità di compartecipare, anche assicurando una collaborazione attiva degli insegnanti».

Il progetto PIPPI

Il Progetto P.I.P.P.I. (Programma di Intervento per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione) è un programma nazionale che aiuta le famiglie con figli minorenni quando ci sono difficoltà educative, sociali 0 relazionali, con l’obiettivo di evitare, quando possibile e sicuro, l’allontanamento del bambino dalla propria famiglia. È promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme all’Università di Padova e ai servizi territoriali.

P.I.P.P.I. parte dall’idea che, quando possibile e nell’interesse del minore, sia meglio sostenere la famiglia affinché riesca a prendersi cura del bambino, invece di intervenire solo quando la situazione è già molto grave. Il focus è quindi sulla prevenzione e sul lavoro di rete tra famiglia, servizi e comunità. Il funzionamento dell’iniziativa:

1. Individuazione della famiglia

  • I servizi sociali identificano situazioni in cui il bambino potrebbe essere esposto a rischi (trascuratezza, difficoltà genitoriali, forte disagio familiare, ecc.);
  • La famiglia viene coinvolta attivamente nel percorso, condizione indispensabile per l’avvio del progetto e l’individuazione degli obiettivi da raggiungere.

2. Valutazione condivisa

  • Un’équipe multidisciplinare (assistente sociale, educatore, psicologo, scuola, servizi sanitari e altri professionisti) analizza punti di forza e bisogni della famiglia e del minore.
  • La voce dei genitori e dei bambini viene considerata indispensabile per la definizione degli obiettivi.

3. Progetto personalizzato

  • Viene costruito un piano di intervento con micro-obiettivi concreti, condivisi e verificabili nel tempo
  • Famiglia e operatori decidono insieme quali cambiamenti sono necessari.

4. Interventi di sostegno. Possono includere l’attivazione dei seguenti dispositivi:

  • supporto educativo domiciliare;
  • accompagnamento e sostegno alla genitorialità;
  • gruppi genitori-bambini;
  • sostegno sociale e reti di aiuto nel tergitorio (vicinanza solidale); collaborazione con scuola e servizi sanitari.

5. Monitoraggio e verifica L’équipe controlla periodicamente i progressi e modifica il progetto se necessario.L’obiettivo principale è aumentare il benessere e la sicurezza del bambino, rafforzando le capacità della famiglia.

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