Busto, sotto sfratto con due bambini: «Non lasciateci in mezzo a una strada»

BUSTO ARSIZIO – «Rischio di rimanere in mezzo a una strada con i miei due bambini di 2 e 12 anni e la mia compagna». La disperazione di Gennaro Calise, che martedì 4 febbraio attende l’ufficiale giudiziario per lo sfratto esecutivo dall’appartamento di viale Sicilia in cui vive in affitto con la famiglia. È il terzo accesso e stavolta potrebbe non esserci un rinvio: «Un mese e mezzo fa abbiamo avuto l’ultimatum – rivela l’uomo – ma io è da sette mesi che cerco un’alternativa abitativa. E tra chi pretende due contratti di lavoro a tempo indeterminato e chi non vuole i bambini piccoli, non abbiamo trovato niente. Solo porte chiuse. Ora non mi resta che chiedere aiuto pubblicamente a chi può darmi una mano, perché in Comune l’assessore ai servizi sociali non mi ha nemmeno ricevuto».

L’odissea

Quella di Gennaro è una dei tanti drammi dell’emergenza abitativa che stanno venendo allo scoperto a Busto Arsizio come in tante altre realtà analoghe. L’uomo è stato disoccupato per circa 15 mesi e nel periodo della Naspi non ha potuto versare regolarmente l’affitto al proprietario di casa, arrivando così ad accumulare un debito che ha portato all’ingiunzione di sfratto. «Ora sono nove mesi che ho ripreso a lavorare, con un contratto a tempo indeterminato, ma la mia proposta di un piano di rientro non è stata accettata – racconta Calise – sul mercato degli affitti privati non c’è speranza, nel frattempo ho fatto la domanda per la graduatoria delle case popolari del Comune e di Aler ma nonostante lo sfratto esecutivo sono risultato bassissimo». L’ultima speranza sarebbero gli alloggi SAT (servizi abitativi temporanei) per un periodo di due anni, «ma è da due anni che aspetto che esca qualche soluzione». La prossima “finestra” sarebbe solo ad aprile.

L’appello

Così, a conti fatti, la prospettiva che gli si palesa è solo quella dello sfratto esecutivo. «Avevo chiesto un appuntamento con l’assessore ai servizi sociali Paola Reguzzoni ma ci ha fatto ricevere dalla stessa assistente sociale con cui abbiamo parlato più volte. Senza sentire parole di conforto, a dire il vero» rivela Gennaro Calise, che si appella a chiunque possa dare un aiuto. «In questi mesi di ricerca di soluzioni, qualcuno è arrivato addirittura a dirmi che la mia compagna, che è ucraina e vive in Italia ormai da 18 anni, potrebbe tornarsene a casa sua con le bambine. In un Paese che è in guerra. Ma come si fa? Oppure c’è chi mi imputa il fatto che non ha trovato un lavoro part time, che sarebbe servito solo ed esclusivamente per pagare l’asilo nido della bambina di due anni».

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