Cambio partito

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Nelle dinamiche della politica politicante i cambi di casacca, cioè le migrazioni di parlamentari, consiglieri regionali e comunali da un partito ad un altro, non fanno  più notizia: sono la normalità. Basti pensare che in soli due anni, tra Montecitorio e Palazzo Madama, ci sono stati più di cinquanta riposizionamenti. Se n’è accorto qualcuno? Eppure sono (sarebbero) episodi tutt’altro che irrilevanti rispetto alla coerenza che deve (dovrebbe) caratterizzare le scelte degli eletti. Sappiamo invece come vanno le cose, come, in un certo senso, sono sempre andate, anche se negli ultimi decenni il fenomeno delle cosiddette porte girevoli o, più prosaicamente, del salto della quaglia, ha raggiunto vette tutt’altro che trascurabili. Ogni assemblea istituzionale, a tutti i livelli, ha i suoi Scilipoti.

Perché succede? Non certo o non soltanto per questioni ideologiche, di principio, di programmi. Più facilmente per questioni di opportunità. Soprattutto quando si tratta di salire sul carro dei vincitori, sport molto diffuso nel nostro Paese. Lo diceva già Ennio Flaiano: “Gli italiani corrono sempre sul carro del vincitore”. Figurasi i politici, certi politici che, per tornare alla coerenza, non ne conoscono il significato. O fingono di non conoscerlo pur di accasarsi dove pensano di trovare maggiore considerazione e spazi. Uno spazio, sopra tutti: la possibilità di essere rieletti la prossima volta. Poi, per carità, se mossi da un sussulto di dignità, provano a spiegare i motivi delle loro scelte. Ci girano attorno, dicono senza dire. E c’è anche chi crede a loro.

Succede un po’dappertutto, succede in questi frangenti a Busto Arsizio con un paio di clamorosi ricollocamenti verso i Fratelli di meloniana attribuzione e con annunciati ritorni di fiamma forzisti che rimescolano gli equilibri del centrodestra e di parte delle opposizioni (prima contro poi pro) e spiazzano gli osservatori. Tra chi osserva ci sono  i cittadini, che hanno votato in un modo e si ritrovano tutt’altro. Benché non si abbia contezza di alzate di scudi contro ciò che sta accadendo e, per altri fatti al confine con l’indebito, che è già accaduto. Il sentimento più comune è l’indifferenza, secondo stadio dopo la rassegnazione. Attenzione, Busto non è l’eccezione, piuttosto la norma di un contesto generalizzato che si rivela in modo plastico al momento del voto, con la diserzione dalle urne, con quel “lasciar fare” determinato dalla mancanza del senso di responsabilità politica. E anche di qualcosa di più.

Tutti sono legittimati a fare ciò che ritengono più conveniente, a sbattere porte perché non hanno ottenuto le nomine che volevano, a voltare spalle per approdare in partiti ritenuti più comodi e più facili rispetto alle loro velleità, per svignarsela da situazioni interne complicate a cui non si riuscirà a tenere testa, per compiacere veri o presunti cacicchi (cit.) abili nelle lusinghe. Quadro troppo fosco rispetto alla realtà? Provare per credere. E i problemi veri, quelli che interessano la comunità? Per restare nel campo degli aforismi, la risposta la diamo parafrasando Leo Longanesi: “Ci sono politici buoni a nulla ma capaci di tutto”. Cos’altro aggiungere?

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