BUSTO ARSIZIO – «I film di Checco Zalone? Imprescindibili». Gianni Canova, critico cinematografico di Sky e già rettore dell’università IULM di Milano, torna al BA Film Festival con il suo libro sul comico che sbanca i botteghini. «Ho letto che Donato Carrisi qui a Busto Arsizio ha detto che quello di Zalone non è cinema – le parole di Canova, intervistato dal suo “ex allievo” Giulio Sangiorgio – andiamo cauti: quando un film sposta 9 milioni di italiani, una cifra immensa, è un fenomeno che travalica la dimensione filmologica e chiede di interrogarci». Poi ammette: «Parlo di Zalone ma mi piace Jarmusch».
Fenomeno Checco
“Checco Zalone. Da Cado dalle nubi a Buen Camino” è un libro iniziato nel 2018 e «cresciuto col passare del tempo e dei nuovi film». Gianni Canova, volto del cinema su Sky, in sala Monaco a Busto Arsizio spiega perché anche i cinefili non devono avere la puzza sotto il naso di fronte al fenomeno Zalone. «I suoi film forse non sono opere d’arte ma sono artefatti imprescindibili il cui interesse non può essere esorcizzato. Siamo immersi in una cultura che nutre del pregiudizio nei confronti della commedia, ma il cinema non è solo estetica, è anche sociologia ed economia. E i film di Zalone incarnano in pieno questi ultimi due aspetti». E allora il critico e prof. si interroga: «È un cinema in cui ci si ritrova dentro, ma rispetto a Boldi e De Sica, che perpetuavano il peggio del peggio dell’italianità, Checco aggredisce e disgrega questi stereotipi. I suoi personaggi non sono statici ma evolutivi. E che gli italiani si ritrovino in una narrazione che smonta i peggiori dati dell’italianità è positivo».
La commedia di Zalone
Ma Zalone non ha a che fare con la commedia all’italiana, secondo Canova: «Io lo collegherei al filone delle grandi maschere, come Totò e Fantozzi più che ai Sordi, Risi e Monicelli». E mostra coraggio: «Tolo Tolo è un film che lo fa uscire dalla comfort zone, Verdone non l’avrebbe mai fatto». Si differenzia da altri grandi comici al cinema: «Le commedie di Aldo, Giovanni e Giacomo, dal punto di vista “cinéphile”, sono più raffinate, come quelle di Albanese o Ficarra e Picone». Ma stilisticamente l’accoppiata Zalone-Nunziante non è banale: «Film di 85-90 minuti, con un ritmo che richiama una partitura musicale e gag costruite per avere la battuta al momento giusto della risata del pubblico». E poi il “Checco nazionale” non si sovraespone: «Fa un film ogni quattro anni mentre altri ne fanno quattro in un anno. Gioca sull’arte dell’attesa. Non fa Tv, solo qualche video sul web, e non fa pubblicità. A me ha risposto così: “Hai mai visto Alberto Sordi in uno spot?».
Gli effetti collaterali
Insomma, ci sono tutti gli elementi per analizzare quello che Gianni Canova definisce «un successo incredibile» e «un fenomeno senza paragoni nella scena dello spettacolo italiano». Con effetti di traino nei cinema: «Ha riportato ad essere “in” parlare di cinema. E gli incassi degli altri film in programmazione tra Natale e fine gennaio sono stati molto più alti di quanto avrebbero potuto senza Zalone. Anche Jarmusch». Ma Canova non crede che questo fenomeno possa essere la svolta che serve per il cinema italiano: «Il mio auspicio che possa innescare la ricerca e portare budget non finanziati dallo Stato sulla sperimentazione, come fece la commedia all’italiana con i capolavori del cinema italiano degli anni ’60. Potrebbe succedere se il cinema italiano fosse un’industria sana, ma credo che non succederà».
Con un autore come Cronenberg al Baff «non abbiamo nostalgia del corpo fisico»
