BUSTO ARSIZIO – «Il regista è costretto a massacrare l’opera dello scrittore: alla fine il suo ruolo è quello di un raffinatore, deve rendere diversa la materia. Per lo scrittore è invece una questione di doversi affidare, di dover accettare di sentire per la prima volta la voce dei suoi personaggi». Così Donato Carrisi ha risposto al “gioco finale” che gli ha proposto, ieri, domenica 22 marzo, il critico Rocco Moccagatta prima della proiezione, per il Baff, di “La ragazza nella nebbia”, suo debutto sul grande schermo tratto dall’omonimo romanzo. Un’occasione per compiere anche una disamina dello stato del cinema italiano, al Fratello Sole di Busto Arsizio, alla presenza di Giulio Sangiorgio e Gabriele Tosi, rispettivamente direttore artistico e presidente del festival, di Manuela Maffioli, assessore alla Cultura, e di Celeste Colombo, curatore della Sala Ratti di Legnano.
Da sceneggiatura a romanzo a sceneggiatura
“La ragazza nella nebbia”, dalla sceneggiatura che era all’inizio, è stata convertita in romanzo e poi di nuovo in sceneggiatura. «Perché la mia origine è come sceneggiatore», ha spiegato Carrisi. «Nasco sul set, come aiuto seconda unità di regia. Era una sceneggiatura che portai a chiunque e tutti mi prendevano in giro. Finché non mi sono trovato in un anno buio della mia vita: ogni anno devo pubblicare un libro per il mio editore, altrimenti perdo i lettori all’estero. Per fortuna sono uno “storyteller”, non ho mai avuto l’incubo della pagina bianca: è stato un bene, allora, che la storia uscisse come romanzo, perché ha aiutato a far crescere la sceneggiatura e a raggiungere un pubblico differente».
Una produzione contornata da tanti eventi inquietanti, dalla distribuzione del falso depliant turistico su Avechot o il gatto rosso trovato a sorpresa in camera dal regista al simbolo di un diavolo bambino su una porta rinvenuta sotto a un’altra per l’effetto scenico o la tensione per il rischio di una sfida tra mostri sacri come Jean Reno e Toni Servillo. «Avevo la tentazione di gettare la macchina da presa e scappare»: una situazione risolta da Reno mettendosi a urlare, con Servillo ad assecondarlo. «Tutto è finito con una risata generale che ha aiutato ad alleggerire il clima. Avevano capito che il problema eravamo noi».
Estetica estrema
Come ha sottolineato Moccagatta, è stato «un esordio già molto maturo e pensato, con una grande attenzione per i particolari di forma che si potrebbero chiamare “manierismi” come quelli messi in atto da Dario Argento o Mario Bava, o altri maestri minori degli anni Settanta, che però avevano sempre un fine».
Per Carrisi scelte che hanno spaziato – in una continua ricerca di cose naturali – dall’uso di cellulari vintage e dal suono del “telefono de Sergio”, utilizzato in “C’era una volta in America” e regalato dal rumorista Italo Cameracanna, all’ossessione per le carte da parati e un obiettivo anamorfico degli anni Settanta per la macchina da presa, proveniente da un magazzino a Berlino: «Il pulviscolo nella lente creava un effetto. Quel filtro è stato determinante per far sembrare il film uno dei “Bellissimi” di Rete 4 registrato su cassetta Vhs». Il tutto allo scopo di «un’estetica estrema, per non rassegnarsi alla realtà che ci circonda. L’idea è dare qualcosa di estremamente bello al pubblico. Ho sempre bisogno di vedere nello schermo qualcosa di estremamente bello, qualcosa di separato dal mondo reale».
Il cinema di genere perso per strada
Per Carrisi in Italia il cinema di genere è andato perso per strada: «C’era dietro un artigianato, una serie di maestranze, che io ho conosciuto e mi sono portato dietro. Insomma: il cinema come si faceva una volta. Ora tutti esaltano l’intelligenza artificiale, non so come andrà a finire per tutto questo mestiere. Detesto il 4K e non ho bisogno di vedere i brufoli sulla faccia dell’attore, né di un film troppo vicino alla realtà. Sono l’unico regista italiano che ha ambientato un film sul lago di Como: ci vergogniamo di esibire le nostre bellezze, preferendo le periferie di Roma o di Napoli. Non capisco perché non si racconti il Nord, siamo ancora malati di Neorealismo. È un cinema fortemente provinciale, e abbiamo perso lo star system».
Si dovrebbe insegnare il cinema nelle scuole: «Abbiamo giovani attori bravi, ma non sanno cosa sia il mestiere. Mi si presentano ai provini con i tatuaggi, che corrispondono a circa venti minuti di trucco per coprirli. La pellicola ha dei costi: le così le togli venti minuti che, se invece fosse colto il momento in cui reciti bene, potrebbero anche costituire una svolta per la tua carriera. Abbiamo perso le basi e non so se le recupereremo».
«Non siamo più in grado di esportare immaginario»
«Io non sono né un regista né uno scrittore; sono un narratore – ha dichiarato Carrisi – non ha importanza la forma con cui lo faccio. Infatti sulla mia carta d’identità c’è scritto “libero professionista”. Racconto storie, fiction, finché c’è un pubblico disposto a raccontarle. Per quanto riguarda il cinema italiano, quello di Checco Zalone non è stato un risultato straordinario – lo sarà stato per lui – perché non ha riportato la gente al cinema. Non ci si deve chiedere “perché funziona Zalone?”, ma “perché non funziona tutto il resto?”. In Francia con “Quasi amici” hanno totalizzato trentacinque milioni di euro, che per loro è un successo medio: noi non siamo più in grado di fare cinema a quei livelli. Perché non esportiamo più le nostre storie; a parte quelle di mafia e criminalità varie – ma anche basta – il nostro personaggio più conosciuto nel mondo è ancora Pinocchio, che risale all’Ottocento.
Invece gli Stati Uniti hanno saputo creare un immaginario ed esportare un modello, tanto che, nonostante Donald Trump, non riusciamo più a emanciparci. Siamo solo un richiamo turistico, un grande parco giochi. Invece il cinema è la prima cosa su cui investire per la nostra immagine nel mondo. Ma tutto è stato sacrificato a favore delle periferie. Oppure c’è il cinema, o romanzo, “d’autore”. Ma è come se il mago ti svelasse i trucchi: l’autore deve sparire, c’è solo il pubblico e la storia, punto. Il mio nome lo trovate alla fine. Se tu il pubblico non lo consideri, se nessuno parla della storia ma dell’incasso, è un problema. Per questo sono refrattario a tornare in sala, almeno con il libro stabilisco un rapporto personale».
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