Baff, mi ricordo: da Scheider a Ferrara, 23 anni di star internazionali a Busto

Da in alto a sinistra, in senso orario: Peter Fonda, Francis Ford Coppola, Danny Glover (con Gigi Farioli), Ursula Andress e F. Murray Abraham (con Umberto Eco)

BUSTO ARSIZIO – Abel Ferrara è stato solo l’ultima stella di una ideale “Walk of Fame” del Baff, una collezione di superospiti internazionali che in 23 anni e in 24 edizioni hanno portato a Busto Arsizio il meglio del cinema mondiale. Je me souviens, “Mi ricordo”, come nella poesia di Georges Perec. È Paolo Castelli, direttore esecutivo del B.A. Film Festival, a scavare nella memoria, ormai ossidabile, di chi c’era fin dalla prima edizione pionieristica ad elencare tutti gli ospiti internazionali passati da Busto.

Mi ricordo” di Paolo Castelli 

Paolo Castelli

Mi ricordo Roy Scheider: il primo ospite internazionale, nell’anno del debutto del Baff, il 2003, con la nostra Anita Caprioli madrina. Intercettato in Europa, lo catapultiamo al Lux di Sacconago. Personaggio schivo ma profondo.

Mi ricordo Francis Ford Coppola. È il 2004. C’è un blackout al Sociale e si mette a ballare: uno dei momenti più iconici della storia del Baff. E sfatiamo il mito che fosse stato strapagato: era a Bernalda, in Lucania, il paese d’origine dei nonni, dove possedeva un boutique hotel (hotel Margherita), e non avevamo dovuto neanche pagargli l’albergo. Ma ci sono altri aneddoti gustosi sulla sua presenza al Baff. La conferenza stampa con 132 giornalisti accreditati, da MyMovies ai peggiori siti web della periferia di Rogoredo e Caracas. Ma lui rimane fino all’ultima domanda (le traduttrici si alternano). E il suo archivista James Mockoski arrivato da San Francisco in economica per portare una copia nuova di pacca di Un sogno lungo un giorno (fotografia al neon di Vittorio Storaro) proiettata il sabato pomeriggio all’Oscar. In sala, in lacrime, c’è anche Sonja Kinski, la figlia di Nastassja, giovane modella a Milano.

Mi ricordo Serra Yilmaz, nel 2004. Viene premiata insieme a Maria Grazia Cucinotta e uno dell’entourage, di cui non rivelerò mai il nome, vuole a tutti i costi salire sul palco ma inverte i mazzi di fiori e consegna quello piccolo alla diva Cucinotta e quello grande alla Yilmaz. Una gaffe presa con simpatia e diplomazia.

Mi ricordo le proiezioni cult al Melograno. Signe Baumane e Raoul Servais, negli anni della mostra Cartoons alla Fondazione Bandera. Noi che nel 1976 a Busto Arsizio eravamo stati tra i primi nel mondo con le Giornate del cinema di animazione curate da Massimo Maisetti al cinema Nuovo Mignon di via Pozzi. Seguite poi dal 1987 al 2002 da Cartoonia & dintorni.

Mi ricordo Ursula Andress, nel 2007. Il fascino senza tempo di una Bond Girl.

Mi ricordo Maria Schneider. È il 2008. Chiede che non si facciano domande su Ultimo Tango a Parigi. Era in piazza Santa Maria, in un caffè bustocco non parigino, insieme alla sua agente quando intravedo una sottile linea di malinconia negli occhi, retaggio di un successo che l’ha provata.

Mi ricordo Faye Dunaway. È il 2008. Quanti flash. La proiezione pomeridiana del film di Louis NeroLa Rabbia, in cui c’è un suo cameo – al Fratello Sole di fronte a 250 persone. Lei che, dato che il driver ha posteggiato lontano, arriva davanti alla gioielleria Ceccuzzi in piazza San Giovanni indossando un vestito semitrasparente e tacchi alti, io mi improvviso bodyguard per salvarla dai sanpietrini (sul selciati) e alcuni tamarri dell’epoca che le gridano “‘a ‘bbona!”. Lei che nel tardo pomeriggio chiede di provare per la premiazione la salita degli scalini del palco del Sociale (questa è vera professionalità). Una chicca? C’è ancora un ritratto-manifesto di Michelangelo Antonioni sul quale ha scritto elegantemente “hommage”, conservato in una sala parrocchiale, ma non dirò mai quale.

Sempre nel 2008 anche Jean Sorel, bellissimo e cortesissimo gentleman, accompagnato dalla moglie/attrice Anna Maria Ferrero e Jean Gili, storico direttore del festival del cinema italiano di Annecy.

Mi ricordo Peter Fonda. È il 2009. Esprime il desiderio di alloggiare al Grand Hotel des Iles Borromees di Stresa. Rimane cinque notti, e diventa un cittadino di B.A.: tutti hanno in mente la serata con gli harleysti e lui in sella alla moto, ma c’è ancora chi mi ricorda di quel caffè che gli aveva offerto in centro. Questo è il grande di un festival piccolo come il Baff.

Mi ricordo F. Murray Abraham, l’inquisitore de “Il Nome della Rosa”. È il 2010. Sul palco del Sociale c’è Umberto Eco, che aveva messo come condizione inderogabile di poter fare una “lecture” minima per gli studenti del giovane Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni e di mangiare convivialmente con loro. L’impareggiabile attore americano rimane nascosto dietro le quinte e alla fine del Q&A con il pubblico improvvisamente si palesa al professor Eco (mio Maestro al Dams di Bologna) che rimane sorpreso per qualche attimo. Poi tutto si scioglie in un forte abbraccio (reciproco). Eco avrebbe parlato di “agnizione” con un suo personaggio (l’inquisitore Bernardo Gui in persona). Un short-cut dal titolo La rosa dei nomi (peccato che sia già stato usato dal bellissimo “making of” del film di Nene Grignaffini e Francesco Conversano….).

Mi ricordo Oona Chaplin, la nipote di Charlot, nel 2010. Sale scalza sul palco e si scatena al Melograno per la festa finale.

Mi ricordo Gjergj Xhuvani, nel 2010. Regista albanese di East West East, che vince il concorso come miglior film con la colonna sonora originale di Enrico Ruggeri.

Mi ricordo Danny Glover, la star di Arma Letale e di molto altro, nel 2011 prima all’Icma per incontrare gli studenti e poi al Fratello Sole per un appuntamento “extra Baff”.

Mi ricordo Michael Madsen. È il 2011. Siamo in piazza San Giovanni, un venerdì pomeriggio, prende il telefono, “Hi John, how are you?”. All’altro capo c’è il suo amico John Savage che si annoia a Roma, e allora Madsen lo invita da noi: “Why don’t you come to Busto Arsizio?”. Due star al prezzo di una.

Su Madsen c’è anche la testimonianza di A.F.: “È l’attore più importante venuto in quel di Busto per il BAFF. Mi ricordo ancora l’incredibile emozione provata nel vederlo arrivare all’improvviso, a piedi, in via Milano. Davanti al tabaccaio si era improvvisamente bloccato: aveva visto in vetrina qualcosa che lo interessava, ma come tutti i duri era probabilmente molto timido e non aveva chiesto di poter entrare a chi lo accompagnava. Poi, in piazza San Giovanni, aveva letto sotto il tendone le sue strane ma belle poesie e si era commosso nel vedere tra il pubblico un bambino che aveva più o meno l’età di suo figlio. L’autografo che mi ha fatto l’ho incorniciato da un bel po’, proprio come quella indimenticabile mattina di primavera di quindici anni fa”.

Mi ricordo John Savage al cinema Fratello Sole, strapieno, con Matteo Inzaghi che lo intervista alle 15 di domenica, prima della proiezione del film cult Hair. In auto aveva visto per strada un manifesto della mostra di Alberto Giacometti al Maga, avevamo mezz’ora di tempo, e l’ho accompagnato a visitarla. Alla reception non lo riconoscono, però ci fanno entrare, e una volta dentro una signora lo riconosce e lui, prima di lei, va ad abbracciarla. Gesto veramente zen. Ho ancora sul mio Moleskine telefono e indirizzo del suo ranch.

Mi ricordo Famke Janssen, la star di X-Men. È il 2012, ma presenta la sua prima regia, una sorta di pre-figurazione dell’attuale concept “prima di diventare grandi”. Era con la madre e con il marito docente di filosofia, con cui ho parlato di Terrence Malick.

Mi ricordo Paz Vega, nel 2012 al Sociale per la serata finale. Ipnotizzante.

Mi ricordo Andrea Osvart, in giuria nel 2012. Quell’anno l’albergo di riferimento è il Moom di Olgiate Olona. Lì incontra Mario Garofalo Geymonat e Lorenzo Ceva Valle film-maker milanesi, si piacciono, e l’anno dopo produce un 10% del loro film. La reinvitiamo l’anno successivo per la proiezione del film a cui aveva contribuito, ma perde tre volte l’aereo da Budapest e non arriva mai.

Mi ricordo Krzysztof Zanussi, regista di una compostezza rigorosa e densa, nel 2014. Erano gli anni della spiritualità con i temi suggeriti dall’assessore Claudio Fantinati.

Mi ricordo Bille August, nel 2022, Jerzy Skolimovski, un mio regista di culto, nel 2023, e Bertrand Bonello, nel 2024. Quest’ultimo sotto i riflettori solo dopo, quando è stato invitato alla Fondazione Prada. La solita “sindrome della provincia” che il Baff spesso ha pagato.

Mi ricordo David Cronenberg, nel 2025, un altro desiderio realizzato prima della vecchiaia. Purtroppo un impedimento non gli ha permesso di essere di persona a Busto, ma nemmeno a Roma, e si è collegato da Londra.

Mi ricordo ieri sera Abel Ferrara. È l’ultimo dei maledetti, viene da una New York scerbanenchiana. Monta contemporaneamente due film diversi: uno su Patti Smith a Parigi che prepara uno spettacolo sui poeti maledetti francesi e l’altro evocativo e toccante girato tra le rovine della guerra in Ucraina, e li re-mixa in uno. Inoltre quest’anno ci saranno anche Isabelle Pagliai, grandissima direttrice della fotografia francese, e Kevin B. Lee, californiano-giapponese, tra i più grandi video-essayst al mondo. Avevo espresso questo desiderio l’anno scorso al direttore artistico Giulio Sangiorgio e quest’anno me l’ha esaudito. Io e Chiara Grizzaffi, che lo introdurrà, siamo tra i massimi esperti in Europa, insieme a Catherine Grant, in materia di video-essay sul cinema.

A questo punto che cosa mi riserveranno G&G (Giulio&Gabriele) per l’edizione 2027?

Paolo Castelli 

N.B.: scherzando, avevo chiesto al direttore artistico che mi portasse un ospite internazionale che contenesse le lettere B.A. (in qualsiasi ordine) e mi sono commosso quando ho scoperto che quest’anno il nome cult era quello di ABel Ferrara.

Abel Ferrara al Baff: il suo «atto di vita» contro la guerra. Ai giovani: «Fate film»

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