Abel Ferrara al Baff: il suo «atto di vita» contro la guerra. Ai giovani: «Fate film»

BUSTO ARSIZIO – «Fare film. Non aspettare, non chiedere permesso. Anche con questo telefono: è una cosa buona del consumismo». È stata questa la risposta data mostrando il proprio smartphone – ieri, sabato 21 marzo, dal regista Abel Ferrara a una studentessa nel pubblico del Teatro Sociale di Busto che chiedeva un consiglio per i giovani che volessero intraprendere lo stesso mestiere. «Questo telefono è rivoluzionario: la telecamera è professionale, puoi farci un film», ha aggiunto l’autore di “King of New York”, “Il cattivo tenente”, “The Addiction” e “Fratelli”, che per la serata di apertura del Baff ha scelto il suo documentario del 2024 “Turn in the wound”. «E hai Internet, YouTube, TikTok e Instagram per farlo vedere al mondo. Ci sono stati momenti in cui pochissimi avevano diritto a una telecamera. In Ucraina, per esempio, li hanno attaccati agli elmetti dei soldati per poter fare le riprese».

«Andiamo nelle strade e non facciamo neanche le domande»

«Viene meglio di “Apocalypse now”! Poi, naturalmente, ci devono essere anche le competenze. Si tratta di esprimere te stessa ed è necessario che tu creda nella tua autoespressione». Come ha spiegato riguardo al metodo da lui applicato per realizzare i documentari, come “Piazza Vittorio”, “Chelsea Hotel” o “Napoli Napoli Napoli”, Ferrara cerca di ottenere le verità delle emozioni: «Cerchiamo di fare le cose semplici. Andiamo nelle strade e lasciamo parlare veramente le persone. Non facciamo neanche le domande: loro vedono la telecamera e vogliono esprimere qualcosa. Mi piace il processo, la reazione della gente: l’approccio è cercare di arrivare alla verità, comprendere». Come ha spiegato il regista, intervistato da Sergio Sozzo, giornalista di “Sentieri Selvaggi” e tradotto da Riccardo Pella, così è nato anche “Turn in the wound”, opera che ha dedicato a Kent Welsh, berretto verde morto per i danni collaterali dell’agente arancio, defoliante utilizzato nella guerra in Vietnam.

«Come siamo arrivati a questo?»

«È la prima volta che sono andato in Ucraina. Mi sento molto vicino a quel Paese: vivo a Roma da 13 anni e la madre di mia figlia di 10 è moldava», ha spiegato Ferrara che, alla presenza del direttore artistico Giulio Sangiorgio, è stato insignito del premio “Dino Ceccuzzi”. Io ne ho settantuno e sono più confuso che mai. Perché? Perché, Perché? Come siamo arrivati a questo? Volevo capire che cosa ci porta ad ammazzarci tra noi. Qualcuno doveva andare là. Inoltre conoscevo già Zelensky per l’industria cinematografica, dal momento che non è soltanto attore, ma anche produttore. Non sono stato io a girare la parte di guerra, il fronte è a quattro ore fa da Kiev». Quando si porta distruzione – «la stessa cosa che ora sta facendo il mio Paese con l’Iran» – resta un’unica domanda: «Perché? Per l’Ucraina credo sia questione di libertà, e mi sento di sostenerli. Ma chi paga il prezzo di questo? Il 95% della gente è come noi, cerca di tirare avanti. Poi c’è il 5%  che si sente Superman: è molto facile mettere gli uni contro altri, poi le cose sfuggono di mano».

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I due lupi

«Non posso fare nulla», è stata l’amara constatazione di Ferrara. «Pago tasse sia in Italia che negli Stati Uniti, quindi contribuisco anch’io a pagare le pallottole. Cosa posso fare? La realtà non è altro che un incubo, il mondo è in mano a dei folli. Quanto siamo impotenti singolarmente: quello che sta succedendo in Iran non è espressione del mio Paese, ma di una piccola percentuale di individui deviati».
“Turn in the wound” alterna interviste e spezzoni dal vivo a Parigi della cantautrice e poetessa Patti Smith a riprese dal fronte e testimonianze dal conflitto in Ucraina: «Due film in contemporanea: in sala montaggio al mattino lavoravo alla vita e al pomeriggio alla morte. Lavoro così, di pancia. Si vive per la morte o per la vita. È bellissimo che stasera voi siate qui al cinema, mi sarebbe piaciuto farvi vedere un film più divertente ma il mondo è monopolizzato dalla guerra. In uno stato da Apocalisse non posso che esprimere il mio amore per la vita. Ma da dove vengono queste guerre? Dalla presenza del diavolo, quello che abbiamo dentro. Come dice una parabola dei nativi indiani, dentro di noi abbiamo due lupi, uno nero e uno bianco: quello cattivo e quello buono. Chi sopravvive dei due? Quello che si alimenta».

L’unica difesa

«Io sto cercando di alimentare il mio lato spirituale», ha raccontato il regista del conforto trovato nel buddismo, «pratica di trovare Dio in te stesso: la meditazione è una preghiera. Invece al giorno d’oggi la gente ha perso la sua spiritualità. Siamo consumatori senza relazioni umane. Prima alla domenica si andava a messa, ora al centro commerciale. Bisogna alimentare il lato buono: buddisti, musulmani, ebrei, cristiani: nessuna di queste religioni predica la morte. Il primo comandamento è non uccidere. Ho una figlia di dieci anni e quelle venticinque bambine fatte esplodere in Iran non mi lasciano indifferente». Una raccomandazione finale: «Non voglio che torniate a casa parlando solo di negatività. David Lynch dice che, finché lo tieni sull’inquadratura, puoi esprimere il tuo lato violento, quella rabbia primitiva. Certo, quando ho fatto “The driller killer” non pensavo alla meditazione; ma quello del filmmaker è un atto di vita. Succede quando proiettiamo un film: la gente viene al cinema e lo vediamo coralmente». Quindi, rivolgendosi agli studenti di cinema presenti, «l’unica difesa è che voi esprimiate la vita e che gli altri, guardando il prodotto, si sentano emozionati. Perché la vita è sacra, è una. Rischiamo di essere troppo abituati a tutti i messaggi di morte e violenza che ci sono in quest’epoca. Qualche decennio fa, con la Seconda Guerra Mondiale, non eravamo così lontani».

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