di Claudio Ghisalberti
Giro d’Italia 2009, raduno di partenza di non ricordo quale tappa (forse Padova), stand Gazzetta dello Sport. Era appena finita la mini riunione di redazione e si stava scherzando. Tutto d’un tratto irrompe Mark Cavendish che con aria truce chiede: “Chi di voi mi ha dato 5 in pagella? Chi c….o è stato?”.
Le ultime due tappe le aveva vinte Alessandro Petacchi e “Cannonball”, come lo chiamavano allora, era furibondo. Però, dopo il chiarimento con il collega “reo” di avergli dato l’insufficienza, la stretta di mano. Da quel momento ho cominciato ad avere grande stima per questo campione e quest’uomo. Mi era piaciuto il suo modo di fare, diretto, schietto. Si era instaurata tra noi anche una certa simpatia e complicità. Nelle interviste io gli facevo le domande in italiano, lui rispondeva in inglese cercando di farsi capire il più possibile. Evitando quello slang, arriva dall’Isola di Man, che per me sarebbe stato incomprensibile.
A quel tempo, tra gli sponsor della corsa rosa c’era Orsero. Vendeva frutta, soprattutto esotica. Il villaggio di partenza era pieno di ananas e banane: cultivar Cavendish. Originarie del Vientam e della Cina non devono il loro nome al corridore, ma la cosa la trovavo lo stesso divertente. Così una mattina lo provocai per scherzo: “Occhio Mark che d’ora in poi ti chiamerò banana”. Lui sgranò gli occhi, rimase stupito, fece per arrabbiarsi e, come al solito, volle una spiegazione. Svelato il mistero si mise a ridere divertito. Per Cav è così. Dietro all’apparenza di un carattere scontroso, burbero, duro si nasconde una persona molto dolce, molto gentile, un buono. Verrebbe da dire persino timida.
Non in corsa però. Non nei finali in volata, ancora peggio se da battaglia uno contro tutti. Lì Mark diventa una belva. Non ha fisico possente, anzi è abbastanza bassino. S’inventa un nuovo modo di fare gli sprint. Si alza sui pedali e si schiaccia sul manubrio per essere aerodinamico come un missile. Allarga i gomiti per farsi spazio, zigzaga. Negli ultimi metri ha un cambio di ritmo come nessuno, una folgore. Sprinter puro. In quei concitati momenti non ha paura nemmeno del diavolo. Sfida tutti e si sente superiore persino del padreterno. Grinta e convinzione lo spingono oltre i limiti. Mette assieme un palmares leggendario. Vince una Milano-Sanremo contro i pronostici al primo tentativo. Due anni dopo diventa campione del mondo. Al Giro colleziona 17 successi di giornata, 3 alla Vuelta. Al Tour de France riesce a fare meglio persino di un gigante dal nome di Eddy Merckx. Il 3 luglio scorso, a Saint Vulbas, centra la 35a vittoria di tappa, una più del Cannibale. Presentimento o caso, su quel traguardo c’era tutta la sua famiglia. Eppure era dalla prima salita della prima tappa che si staccava e a Nizza, traguardo finale, si è classificato 141°. Ultimo. Su pista è stato 3 volte oro mondiale e argento olimpico a Rio.
Eppure Mark a un certo punto della sua carriera sembrava finito. Solo lui poteva crederci ancora. Nel 2017 ottiene solo una vittoria ad Abu Dhabi, poi resta a secco dall’8 febbraio 2018 (Dubai) al 12 aprile 2021 (Turchia). In quel periodo lo incontrai più volte a Gran Canaria dove era venuto per la preparazione invernale. Una volta, in salita, quasi non ci volevo credere. Andava più piano di un cicloturista. Un altro giorno, a una cena, c’era una grande tavolata di corridori. Una ventina, circa. Mark era seduto in fondo, defilato neanche fosse un neopro. Sembrava assente, come se quel mondo non fosse più il suo. Una scena triste, eppure…
Il prossimo anno sembrava dovesse correre ancora con la maglia celeste dell’Astana. Poi, dal 2026, per lui sembrava ci fosse un posto da dirigente di vertice nel team kazako. Invece, abbastanza a sorpresa e alla soglia dei 40 anni, ha deciso di smettere. Di dire basta e forse è meglio così.
Ai titoli di coda della carriera resta un dubbio: Cavendish è il più forte velocista di tutti i tempi? Forse no. Forse quello resta sempre Mario Cipollini. O meglio: Re Leone è stato capace di segnare un’epoca al di là delle sue vittorie. Mario, che con l’impostazione dei treni ha cambiato il modo di fare le volate, è stato un personaggio unico capace di uscire dal mondo delle due ruote. Cipo è stato anche spettacolo. Re Leone era potente e bello come un dio greco. Cav, anche per il suo carattere, è stato qualcosa di diverso. Però mi sembra di sentirlo: “Ehi, guarda che il più forte sono io”. Chissà.
Resta il fatto che ogni volta che ci incontravamo alle corse, l’ultima al Tour il 15 luglio, l’ho sempre salutato con ammirazione: “Ciao campione”. Perché Mark è stato davvero un grande campione.
