di Massimo Lodi
Siamo una semi-democrazia? Ormai sì. Frequenta le urne meno della metà degli aventi diritto. Crollo dell’affluenza alle regionali, dato inquietante e previsto. I partiti fan riferimento a sé stessi, al giro di convenienze che li scorta, a una militarizzazione del consenso. Sparisce quasi del tutto il voto d’opinione, e questo significa sfiducia; e sfiducia vuol dire porte spalancate alle oligarchie, se non all’autoritarismo; e oligarchie/autoritarismo sono un male che, qualora non curato, insidia la superiorità del potere popolare. Dunque non spallucce al boom dell’astensionismo, e invece timore. Dalla prossima volta, l’imperativo -nell’interesse generale- sarà di mobilitare i disaffezionati, tornando a coinvolgerli nella vita pubblica. Con esempi affidabili, stop ai fanta-slogan, realismo verificabile.
Nella semi-democrazia di Veneto, Campania, Puglia vien rispettato il pronostico. Il Veneto alla destra, Campania e Puglia alla sinistra. Il verdetto del post-Zaia -con lui ancora doge/pop, vero leader percepito del leghismo- servirà a regolare i conti tra Salvini e Meloni a qualunque livello, dalla concertazione delle scelte di Chigi, specie sul fronte estero; al tipo di campagna referendaria in tema di giustizia; all’opzione per sostituire Fontana in Lombardia e Sala a Milano. Il verdetto del post-De Luca e post-Emiliano, ovvero il doppio successo di Fico-Decaro, racconta d’una competitività futura del campo largo risorta dal sepolcro in cui pareva essersi affossata.
Pur avendo perduto le Marche (avrebbero sancito il 4-3 sinistra-destra anziché il 3-3: pareggio funzionale a destra, non a sinistra) c’è vita attorno a Schlein-Conte, più Avs e riformisti. Bisogna fare ammenda di pessimismi forse esagerati, a giudicare dai voti raccolti, e in particolare dal Pd. Testardamente non si rivela solo un fortunato avverbio. Perfino un promettente abbrivio. Di che cosa? D’una attitudine concorrenziale quando verrà il momento di sfidare il melonismo alle politiche, inizio ’27 o fine ’26 in caso d’anticipo. Il bottino in suffragi di Decaro e Fico conferma la premier nella sua già maturata idea: con l’attuale legge elettorale, la destra verrebbe ribaltata in buona parte del Sud dalla sinistra. Meglio togliersi di torno i collegi uninominali e passare al proporzionale con premio di maggioranza, sennò ciao vittoria-bis e addio a Chigi 2.0. Difatti Giorgia lavora al progetto, cui pareva incuriosita anche Elly. Oggi non più.
Il dato di fondo, se vogliamo attribuire a questa chiamata alle urne il significato-plus d’una verifica di mid-term, appare dunque la contendibilità della posta parlamentare in palio e perciò della presidenza del Consiglio. Nella semi-democrazia c’è spazio per l’unità della sinistra, caso mai la sinistra decida di dismettere liti, invidie, primazìe, paranoie egemoniche e costituisca uno schieramento armonico, riunito attorno a un riconosciuto capo. Riconosciuto, quindi? Ecco il punto. Riconosciuto non può essere che il segretario del partito più gettonato, salvo diversi accordi intervengano a pro d’un federatore super partes. Ma non interverranno. E allora: o la sinistra prende atto con pragmatismo dell’occasione offertale dopo la débacle del ’22, ovvero d’un totale di voti raccolti nelle ultime dieci elezioni regionali superiore (e di netto) a quello della destra; oppure, non facendone tesoro strategico, inscena l’ennesimo suicidio. E testardamente si volgerebbe in disgraziato avverbio. Perfino in deludente inerzia.
