Ciclismo tricolore senza fuoriclasse. E Beppe Saronni attacca Davide Cassani

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Davide Cassani e Beppe Saronni

di Claudio Ghisalberti

“Il ciclismo italiano che abbiamo conosciuto noi è morto. Non sarà mai più così. Ora bisogna almeno salvare il poco che è rimasto”. Giuseppe Saronni è una delle persone più autorevoli del movimento, la sua visione sempre lucida e attenta. 

L’ex iridato, che per trentacinque anni è stato al vertice di squadre professionistiche di primissima fascia, parla dopo il mondiale di Zurigo, ennesimo pessimo risultato degli azzurri, inesistenti anche nelle classiche e nei grandi giri. Perché in Svizzera è vero che Pogacar ha fatto un’impresa storica, ma tra lui e Ciccone – 25° a 6’36” e primo degli azzurri – non è che ci fossero solo fenomeni. E se tra i big  siamo ai minimi storici non è che tra gli Under 23 le cose vadano meglio, anzi. L’allarme maggiore, se possibile, arriva dagli juniores dove abbiamo vinto, ma con un ragazzo, Lorenzo Finn, che a 17 anni ha scelto di correre per una squadra tedesca. Qualche anno fa, invece, il sogno di qualsiasi straniero era venire a fare, a imparare, ciclismo in Italia. Una crisi nera quindi, profonda. Ma di chi è la colpa? E come se ne potrebbe uscire?

“Forse ognuno di noi ha un piccolo pezzettino di colpa – prosegue Saronni – ma il problema grave, e concordo con quanto affermato da Mario Cipollini – è che stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato negli ultimi dieci-dodici anni. Inutile nascondersi dietro un dito e dare la colpa ad altri. Prendiamo Davide Cassani che è bravo a farsi pubblicità e per otto anni, da gennaio 2014 a settembre 2021, ha fatto tutto lui. Il ciclismo in Italia era lui e solo lui poi, una volta uscito dalla Federazione, ha iniziato a dire peste e corna della politica federale. Quest’anno doveva fare una grande squadra (si parlava di Caffè Borbone di Carlo Pesenti come sponsor, ndr) ma non c’è riuscito e ha messo assieme in qualche modo una Continental… Tanto più facile dire che fare”.

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Claudio Ghisalberti

Eppure agli occhi di molta gente lui è uno dei benefattori del ciclismo tricolore e alle prossime elezioni cercherà di rientrare nella Federciclo schierandosi in appoggio a Silvio Martinello, suo avversario politico alla precedente tornata. “Se non sbaglio – prosegue l’ex campione del mondo – Cassani organizza da anni, una ventina credo, vacanze per grandi manager e politici italiani di spicco. Li porta a pedalare al mare e in montagna. Perché non è riuscito a convincere nessuno di loro a investire nel ciclismo giovanile? Perché nel ciclismo giovanile non si ha visibilità, serve solo una grandissima passione. Meglio farsi belli in giro per il mondo con la maglia della nazionale”. Cassani che, tra l’altro, quando era ancora responsabile delle nazionali, oltre a presidente della Apt Servizi Emilia-Romagna, aveva guidato le trattative con l’Aso (si parla di una spesa di circa 8 milioni di euro) per la partenza quest’anno del Tour dall’Italia con tre tappe. 

Ma guardiamo avanti. Essendo questo il raccolto di anni di cattiva semina è ovvio che ci vorrà semmai tempo e un cambio culturale prima di avere di nuovo buoni frutti. 

“L’aiuto, concreto e non solo a parole – deve arrivare dalla politica, dallo Stato – conclude Saronni – perché il ciclismo fa parte anche della cultura del nostro Paese. Servono risorse, non parole. Bisogna che l’educazione fisica diventi una delle materie scolastiche più importanti perché bisogna crescere giovani sani, con un’educazione e una cultura sportiva. Serve che si faccia realmente qualcosa per la sicurezza sulle strade perché in Italia, più che in altre parti d’Europa, il ciclista è in pericolo spesso perché disprezzato”. 

Poi sarebbe necessario che anche il mondo del ciclismo facesse la sua parte formando gente preparata. Il semplice volontariato è bello e romantico, ma non basta. Ci vogliono tecnici che sappiano bene come funziona la “macchina atleta” non che già agli Allievi, se non addirittura ai Giovanissimi, ci sono allenatori o sedicenti tali, impongano tabelle di allenamento scopiazzate, dai professionisti. Sarebbe importante che i team Continental venissero fatti bene come spesso all’estero e non furbescamente. Infine, sarebbe auspicabile che nelle categorie giovanili restassero fuori. Ma promettere, o meglio illudere, non costa nulla. Rischio zero e magari ci si guadagna pure. 

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