Cineserie e libertà di stampa

lodi meloni libertà stampa
Giorgia Meloni durante il suo recente viaggio istituzionale in Cina

di Massimo Lodi

La libertà d’informazione in Italia corre pericoli? Non li corre. Chiunque può scrivere quello che gli pare, far uso di toni anche forti, urticanti, estremi. Purché contenuti nella scala prevista dal genere: mai così alti da offendere, mai così sbagliati da travisare, mai così arroganti da impedire la dialettica. Derive che non si manifestano se etica e professionalità sorreggono il giornalista. Assieme al coraggio, naturalmente, di esprimere idee controcorrente, scomode, graffianti del potere. E alla disponibilità a sopportarne (non a subirne) le conseguenze: perché spesso il potere avversa la funzione critica della stampa, legge dietro normali obiezioni chissà quali trame, reagisce in maniera spropositata a normali contestazioni/biasimi. Resta il fatto che denunciare quanto si ritiene inopportuno rimane un diritto esercitabile ed è anzi provvidenziale per il bene nazionale che lo sia, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente della Repubblica.

L’Europa non ha dunque da preoccuparsi. I giornalisti italiani che lo vogliano, sono in grado di rispondere a ogni tentativo di condizionamento, avvertendo l’obbligo/la vocazione di rappresentare il controllo su chi comanda da parte di chi è comandato. Il bouquet d’inchieste che hanno sollevato casi nascosti di mala gestione in diversi settori della vita pubblica e privata risulta ampio.

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Massimo Lodi

Essendo questa la situazione, non si capisce il motivo dell’attacco mosso a Pechino dalla premier verso un gruppo di quotidiani definito portatore di interessi e che con il suo agire (con i suoi articoli) influenzerebbe orientamenti, opinioni, prese di posizione di organismi internazionali. Non c’è mass medium che non sia portatore d’un interesse, magari semplicemente quello dei lettori. E che non agisca perseguendo il suo progetto editoriale. E che non sia impermeabile a eventuali errori. Ma compiuti in buona fede, seguendo le regole deontologiche, pescando nel proprio “milieu” culturale, osservando i valori di militanza civile cui s’ispira la testata d’appartenenza.

Mettere in dubbio quanto potrebbe riassumersi nell’espressione “onestà intellettuale” è un mediocre inciampo politico, tanto più su una ribalta internazionale. Non si addice al profilo di uno/di una statista che quando vola lontano dall’Italia sembrerebbe scontato che volasse alto. Invece capita di veder tristemente abbassarsi la linea della rotta istituzionale, dando in tal modo ragione a quanti si fanno della libertà d’informazione in Italia un’idea distorta.

Tutto ciò, ovviamente, esula dalla valutazione sulla cifra del servizio pubblico. A tal proposito nessun partito può permettersi l’indignazione, avendo usufruito -ciascuno al tempo della sua egemonia- del potere conquistato per trasferirne un’importante quota nella governance radiotelevisiva. Fra l’altro condividendo una marginalità di ruoli apicali con gli esclusi dal grosso del bottino elettorale: è il sottaciuto, obliquo, ipocrita compromesso. Perciò o si privatizza finalmente e tutti d’accordo la Rai o si smette di chiederne la privatizzazione quando tocca agli altri il giro di dadi del dominio pubblico. Un giochino che non incanta più neppure la distratta, bendisposta, rassegnata credulità popolare.

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