Croce Rossa di Gallarate, «dietro la divisa professionisti stanchi»

Comitato CRI di Gallarate

GALLARATE – Cosa si nasconde dietro la denuncia del Cgil, che nei giorni scorsi raccontava di condizioni di lavori inaccettabili alla Croce Rossa di Gallarate poi smentite da un gruppetto di lavoratori anonimi? A raccontarcelo è un dipendente, attraverso una lettera firmata di cui omettiamo il nome. Il problema, secondo lui, è la malagestione dovuta ai giochi di potere. «Ogni quattro anni – dice – la struttura subisce un azzeramento e una ricostruzione da capo: a ogni cambio di ciclo direttivo, i dipendenti e i volontari si ritrovano a subire i nuovi idealismi del momento, le personali prese di posizione e i “capricci” politici del neoeletto di turno».

La lettera 

Di seguito la lettera integrale: 

Spettabile Redazione,

In merito alla recente polemica sulle temperature oggettive nelle sedi della Croce Rossa di Gallarate -Somma Lombardo, vi scrivo come dipendente dell’associazione. Sento il dovere di intervenire non per alimentare la “guerra dei gradi sul termometro”, ma per fare un’operazione di verità che spieghi ai cittadini come funzionano realmente le cose dietro le quinte del soccorso.
Il vero problema emerso in questi giorni non è meteorologico, è gestionale. E riguarda una criticità cronica che affligge molte associazioni di soccorso, a Gallarate come altrove: la totale assenza di una visione imprenditoriale e manageriale specifica per il settore sanitario da parte dei vertici.
Le cariche elettive del presidente e del consiglio direttivo durano quattro anni. Significa che ogni quattro anni la struttura subisce un azzeramento e una ricostruzione da capo: a ogni cambio di ciclo direttivo, i dipendenti e i volontari si ritrovano a subire i nuovi idealismi del momento, le personali prese di posizione e i “capricci” politici del neoeletto di turno. Spesso, a questi presidenti piace soprattutto la parte di facciata: la narrazione fittizia e la cura dell’immagine che si crea ad arte sui giornali e sui social network, tra inaugurazioni, foto istituzionali e post celebrativi. Ma dietro quei post lucidi c’è una realtà ben diversa.
Invece di esserci una linea aziendale solida e continuativa, la stabilità dei lavoratori è legata all’umore e alle ambizioni di chi prende il comando per un quadriennio. Si improvvisano gestori di una macchina complessa, amministrando il portafoglio dell’associazione con una spregiudicatezza che fa pensare a una gestione padronale e personale, piuttosto che al rispetto di un ente che offre un servizio pubblico essenziale. Le decisioni vengono calate dall’alto, sulla pelle di chi è in prima linea, senza alcuna reale garanzia di tutele e diritti per i lavoratori.
A questo si aggiunge un grave vizio di forma culturale, che in questo campo nessuno sembra voler scindere: la differenza tra volontario e dipendente. Il volontario compie una scelta nobile e ammirevole, donando il proprio tempo libero. Il dipendente, invece, con quel lavoro ci vive. Il dipendente ha diritto a tutele sindacali, contrattuali e di sicurezza che non possono essere barattate o equiparate alla flessibilità del volontariato. Invece, l’attuale Presidenza ha preferito trasformare ogni singola rimostranza in una sfida personale, dimostrando l’incapacità di scindere i ruoli e di accettare un dialogo maturo.
In questo scenario, spiace constatare due grandi assenti. Da un lato le istituzioni locali, che davanti alle difficoltà e ai gridi d’allarme dei lavoratori fanno sistematicamente orecchie da mercante, girandosi dall’altra parte. Dall’altro, una parte degli stessi colleghi dipendenti: un gruppo che potremmo definire omertoso, che per partito preso, opportunismo o timore, preferisce chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Colleghi che scelgono di attaccare i sindacati a prescindere, senza nemmeno interessarsi del loro operato, pur di non scontentare il “capo” di turno. Una dinamica triste, che indebolisce l’intera categoria.
La verità che i cittadini devono sapere è che dietro la divisa che vedono sfrecciare in sirena ci sono professionisti stanchi, gestiti da chi non ha competenza aziendale e sanitaria, spesso non tutelati e persino ostacolati all’interno delle loro stesse mura. Finché la gestione del soccorso verrà considerata un palcoscenico per l’ego mediatico, un gioco di potere personale a scadenza quadriennale e non una responsabilità manageriale e sociale, a rimetterci saremo sempre noi lavoratori e, di riflesso, la qualità del servizio offerto alla cittadinanza.

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Comitato CRI di Gallarate – MALPESA24
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