Da Gallarate a Milano, l’urbanistica chiama guai

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Può darsi che abbia ragione Andrea Cassani, primo cittadino di Gallarate, ad avvicinarsi con la massima circospezione all’Urbanistica, per prudenza, per evitare di scottarsi ancora con temi che richiamano da sempre gli avvoltoi a caccia di facili profitti. Cassani ne sa qualcosa, pur essendo uscito a testa alta – assolto con la formula più ampia – dal processo della Mensa dei poveri che lo vedeva coinvolto,  però a margine delle accuse più gravi di concussione e corruzione di altri imputati. Il sindaco leghista ha comunque provato il brivido dell’aula di giustizia e, da quel momento, si tiene politicamente, e fino a prova contraria, alla larga dalle intricate procedure per la programmazione urbanistica della sua città.

Sbaglia? I precedenti giudiziari, fin dagli anni di Tangentopoli, via via attraverso le inchieste di Lolita e, poi, appunto della Mensa dei poveri, depongono per chiudere nel cassetto piani di governo del territorio, piani regolatori e tutto quanto pone in essere la pianificazione edilizia di una città, in questo caso Gallarate, che ancora vive grazie ai vecchi strumenti che ne regolano lo sviluppo. Forse questo atteggiamento non qualifica appieno l’azione amministrativa, ma evita ulteriori problemi, gli stessi che negli ultimi decenni hanno visto frotte di investigatori frequentare il Comune e far tintinnare le manette in più occasioni.

Ciò non significa che certi andazzi di illegalità, vera o presunta che sia, debbano per forza continuare: occhi aperti e schiena dritta sono un doppio deterrente; ma il sistema dell’urbanistica in generale non rassicura al cento per cento. Quanto sta accadendo in questi giorni a Milano, con le accuse di malaffare rivolte a un assessore, a un noto costruttore, a un architetto di fama mondiale  e a una folta pattuglia di altri indagati a diversi livelli, compreso il sindaco Beppe Sala, conferma quanto sia rischioso addentrarsi in certi campi. Milano stimola appetiti milionari e anche di più: da Expo 2015 in poi si è cominciato a cementificare nel capoluogo lombardo a più non posso, cambiandone l’impianto urbano, così che la città assumesse un’immagine “più europea”, come sostengono in molti a ragione. Più europea e più economicamente attrattiva. “Milano vicina all’Europa, Milano gambe aperte” pungeva e preconizzava Lucio Dalla in una sua straordinaria canzone, prima ancora o nei pressi della “Milano da bere”.

E oggi, tutto regolare quanto accaduto con Beppe Sala sindaco? E chi può dirlo. La risposta arriverà forse dall’inchiesta in corso, dai pubblici ministeri che hanno raccolto gli elementi per richiedere al Gip l’arresto di alcune delle persone chiamate in causa. Di sicuro, siamo sempre lì, all’urbanistica, all’edilzia e ai loro possibili “affari sporchi”, che non riguardano soltanto mazzette o decime, come accadde a Gallarate, ma l’inosservanza delle norme procedurali o la loro interpretazione estensiva (parole della procura) rispetto a quanto e a come si costruisce.

Poi, è vero, la crescita, lo sviluppo di un qualunque centro, dalla grande città al più piccolo comune, passa dagli investimenti degli operatori, di solito non proprio dei filantropi, figure che girano attorno alla politica e, alle quali, la politica gira loro attorno. Perlomeno, quella parte del comparto pubblico che ancora pensa di poter farla franca a prescindere. Perché i  costruttori, come diceva Luigi Einaudi tirato in ballo da Gabriele Albertini in una intervista, “hanno memoria da elefante, un cuore di coniglio, e gambe da lepre”. E se capita, ti lasciano col cerino in mano.

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