Doping, domande (e misteri) attorno al nuovo caso di Alex Schwazer

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A che titolo? Perché gli è stato consegnato un residuo di urina del marciatore? Come ha conservato quel campione? Come lo ha trasportato in Italia? E, infine, come può Sandro Donati che ha dichiarato pubblicamente di non credere assolutamente al sistema antidoping proseguire la sua carriera di tecnico e frequentare atleti tesserati? 

La terza positività dell’ex campione olimpico di marcia eritropoietina nei campioni di sangue e urina evidenziata dal laboratorio di Colonia, si porta dietro un sacco di domande. Una parte riguarda l’ex allenatore, che negli anni si è costruito la fama di grande paladino della lotta al doping. Ma di domande, e grandi, ce ne sono anche altre. 

Partiamo da Donati che non avrebbe potuto assistere al controllo in quanto “sconosciuto”: non è l’allenatore e non fa parte della società per cui l’altoatesino è tesserato. In quel frangente Donati è una persona comune, non abilitata. Non ha titoli per presenziare al controllo. A lui, non si sa per quale motivo (perché l’urina in eccesso viene gettata davanti agli occhi dell’atleta), viene dato un residuo di pochi millilitri di urina (se ne usano 90 per il campione A e 30 per il B). Residuo tra l’altro contaminato dalla striscia reagente usata, da regolamento, per il controllo della densità dell’urina che deve restare tra un range minimo e uno massimo affinché il controllo sia valido. Un residuo in un contenitore, una specie di bicchiere chiamato vascello, con un tappo di gomma forato e un beccuccio. Da lì, infatti, l’urina per i controlli viene poi passata nelle provette e successivamente sigillata quindi inserita in un contenitore di polistirolo per il controllo a temperatura controllata perché, cosa non secondaria, senza adeguata refrigerazione l’epo scompare dall’urina in un tempo rapidissimo. Senza il mantenimento della catena del freddo quindi nell’urina non si trova nulla. Donati aveva così sé anche una provetta e il materiale per sigillarla? E come l’ha trasportata in Italia? E come l’avrebbe conservata?  Chi garantisce? Non si sa. Forse però sono domande inutili perché in nessun regolamento è previsto l’esame di un terzo campione. La controanalisi della controanalisi non esiste. 

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Sandro Donati

Tra i misteri di quel giorno anche perché avrebbe ottenuto il campione di urina mentre gli è stato, giustamente, negato il campione di sangue. 

Poi, è bene ricordare, la doppia positività. Nessun laboratorio al mondo sarebbe in grado di alterare allo stesso modo i due liquidi, dello stesso atleta e prelevati nello stesso momento, in esame. Insomma la tesi del complotto è davvero inverosimile. 

Esiste poi una questione etica, morale. Chi non crede assolutamente al sistema antidoping, come lui stesso ha ammesso, come può trasmettere i valori dello sport? Cadono i fondamenti. Se, ipotesi, uno non credesse assolutamente a polizia e carabinieri, come potrebbe trasmettere ai giovani i valori di legalità? Poi, forse, a 79 anni, se non si crede più ai valori di un ambiente si può serenamente uscirne. 

Curioso, in tutto questo trambusto, il silenzio del suo allenatore, il ciclista professionista Domenico Pozzovivo. Chissà che spiegazione si dava a prestazioni in netto miglioramento a dispetto di un’età di 41 anni? Non si accorto di nulla? 

La domandona è: perché Schwazer si sarebbe dopato? Le risposte possono essere molteplici e non per forza univoche. Per dipendenza dal farmaco e dei suoi effetti? Per ambizione, magari di essere convocato per gli Europei? Per necessità di sentirsi ancora importante e magari poter fare qualche nuova comparsata in reality tv? Per narcisismo? Per sfuggire dalla depressione e dai demoni che magari lo perseguitano? Perché schiavo della voglia di vincere? Forse neppure lui, solo davanti a uno specchio, saprebbe trovare una risposta. 

Poi, per inquadrare bene la morale del soggetto, vale la pena ricordare quello che successe con Carolina Kostner, all’epoca sua fidanzata e campionessa di pattinaggio su ghiaccio. Il 30 luglio 2012, ovvero prima della prima positività, Schwazer eluse un controllo antidoping a domicilio perché “convinse” la Kostner a dichiarare il falso, ovvero che lui non era a casa. Però lei dopo si beccò 16 mesi di squalifica per complicità nella violazione. 

Infine c’è da dire che Schwazer ha dichiarato di non volersi difendere. Ma probabilmente dovrà cambiare idea. Se la Procura di Francoforte riterrà validi i referti di Colonia incriminerà, quindi penalmente, il marciatore per violazione della legge tedesca antidoping. E la pena prevista è fino a tre anni. Schwazer in Italia ha già patteggiato una condanna a 8 mesi dopo la prima positività, quella dell’agosto 2012. 

Il senso di Alex Schwazer per l’Epo

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