Dopo il voto a Taiwan, scenari di pace o di guerra?

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, secondo il Wall Street Journal, la Cina ha nel tempo aumentato l’aggressività nell’ Indo-Pacifico a causa dell’importante frenata dell’economia dovuta alla caduta del suo modello di produzione, all’importante bolla immobiliare, al progressivo invecchiamento della popolazione, alla significativa denatalità e alla fuga delle attività produttive straniere. A causa dell’embargo sui prodotti tecnologici voluto fortemente dal presidente Biden, gli investitori hanno iniziato a traslocare verso lidi più “tranquilli” come l’India, la Thailandia, il Vietnam. Nella seconda metà del 2022 gli investimenti stranieri nella repubblica popolare cinese sono crollati da 150 a 40 miliardi di dollari, il 73% in meno rispetto al 2021. Da un altro punto di vista, Xi Jimping ha continuato ad aumentare le spese militari. Nel 2023 sono arrivate al 9% del Pil cinese, un valore mai toccato prima: 292 mld di dollari. Questo significa più navi, più aerei, più missili ed arsenali colmi di armi.

Come ben sapete, il 13 gennaio si vota a Taiwan e da parecchi giorni i cieli dell’isola sono pieni di palloni-spia, usati per raccogliere informazioni sul voto e sono presenti molte interferenze cinesi, le più ampie nella storia dell’isola. Pericolosi e continui sono i sorvoli dell’aviazione di Pechino nei cieli di Taipei in violazione dello Stato di diritto. In questo momento, sulla costa davanti a Taiwan, la Cina ha potenziato notevolmente le postazioni missilistiche e le basi dei loro “marines” (quasi 100.000 uomini) ed ha messo a disposizione un’enorme quantità di mezzi da sbarco.

Siamo in una fase senza sondaggi a causa del blackout imposto per i 10 giorni prima delle elezioni. I tre candidati sono comunque lanciati in una frenetica corsa. La presidente uscente, la signora Tsai Ing-wen del Partito Democratico Progressista (DPP), affronta una sfida assolutamente decisiva per il futuro della giovane Nazione. Il candidato del DPP, l’attuale vicepresidente William Lai, forte fautore dell’indipendenza dell’isola dal gigante asiatico, che ha fino ad ora guidato i sondaggi anche se di misura, risente delle critiche per le presunte mancate realizzazioni degli obiettivi economici popolari, poiché per i taiwanesi non c’è solo la Cina (come pensiamo noi) ma molti temi elettorali simili ai nostri come le tasse, l’occupazione, i servizi ed altro facilmente immaginabile in una nazione democratica. Sopra questi argomenti, come una cappa oscura, vi è un diffuso timore per l’aggressiva politica del gigante cinese. Dunque il 13 gennaio si affrontano al DPP di William Lai, il Kuomintang (KMT), il vecchio partito fondatore e la terza forza, rappresentata da Ko Wen-je del Partito del Popolo di Taiwan (TPP). Entrambi questi partiti sono più inclini al dialogo con Pechino che li appoggia platealmente e dai quali si aspetta un eccellente risultato.

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Ivanoe Pellerin

Come suggerisce l’ottimo Maurizio Tortorella dalle pagine di Panorama, “è per questi scenari critici che Andrew Krepinevich, forse il massimo analista americano di strategia militare, scrive sull’ultimo numero della rivista Foreign Affairs che Taiwan e le Filippine sono la miccia accesa di quella che definisce «The big one»: la grande guerra tra Cina e Stati Uniti. Lo studioso pare convinto sia più probabile un attacco contro Taipei, un obiettivo che per Pechino è strategico dal punto di vista economico per via delle fondamentali e colossali produzioni di microchip taiwanesi.”

Intanto gli Usa hanno inviato nel Mar Cinese una flotta numerosa con la portaerei nucleare Ronald Reagan. Se l’analista americano Krepinevich è convinto dell’intervento cinese, evidenzio un dato piuttosto rilevante: l’eventuale invasione di Taiwan costerebbe circa 10 trilioni di dollari, quasi il 10% del PIL mondiale, con l’economia di Taiwan che verrebbe decimata e, secondo Bloomberg Economics, si realizzerebbe anche un terribile colpo del 40% sul Pil. Xi Jimping è in grado di affrontare tutto questo?

Annoto che Xi Jimping, a 70 anni, è stato eletto Presidente della Repubblica Popolare Cinese per la terza volta consecutiva il 10 marzo 2023. É diventato così il Capo dello Stato cinese più longevo dalla vittoria comunista nel 1949. Il Congresso nazionale del popolo – il ramo legislativo del parlamento di Pechino – ha conferito a Xi un mandato di altri cinque anni. I delegati hanno votato all’unanimità (da sottolineare), con un totale di 2.952 voti, il terzo mandato presidenziale alla carica di presidente della Commissione Militare Centrale, il massimo organo del Paese che sovrintende le forze armate.

Per tentare di capire la politica di questo dittatore è forse utile soffermarsi sulla sua storia familiare. Per questo faccio riferimento ad un ottimo articolo di Luciano Tirinnanzi del marzo 2023. Vale la pena ricordare quanto profondamente Xi sia cresciuto indottrinato dall’ideologia totalitarista del presidente Mao. Occorre risalire agli anni ’30 e guardare alla remota cittadina di Yannan a 960 mt. sull’altopiano del Loess. A Yannan vivevano tutti i protagonisti della rivoluzione: il capo della guerriglia un certo Mao Zedong, il premier Zhou Enlai, il futuro leader riformatore Deng Xiaoping, E anche un alto dirigente della leadership rivoluzionaria cinese e membro del comitato centrale Xi Zhongxun, padre di Xi Jinping. È naturale che Xi abbia ereditato da lui molte convinzioni e ne abbia seguito le orme. Questo per dire come il sogno della grande Cina comunista alberghi ancora nel presidente-segretario della Cina e quanto questo aspetto, a suo modo imperialista, sia rilevante nell’analizzare la sua politica di potenza, sia in chiave interna sia in quella estera. Segretario generale del Partito Comunista Cinese ed anche presidente della Commissione Militare Centrale! Ma può un uomo solo al comando cambiare i destini di una Nazione-civiltà qual è l’immensa Cina?

Cari amici vicini e lontani, il 13 gennaio sarà determinante per chiarire i prossimi rapporti fra Cina e Stati Uniti sperando ardentemente che si allontani nel tempo quello che viene chiamato “The big one” il conflitto armato fra le due superpotenze. Scenari di pace o di guerra?

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