GALLARATE – «Vi porto i ringraziamenti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il museo Maga». Inizia con una simpatica provocazione Federico Rampini, protagonista della serata conclusiva di Duemilalibri all’Hub Istituti Culturali di Gallarate. «Maga, Make America Great Again: Trump apprezza – le parole del giornalista e saggista che vive a New York, tra gli applausi e i sorrisi della platea del museo – ero rimasto un po’ colpito quando ho scoperto che a Gallarate c’è Maga, un museo Maga».
L’assessore dà i numeri
A salire per prima sul palco della Sala degli Arazzi, all’ennesimo tutto esaurito, è l’assessore alla cultura Claudia Mazzetti, che si dice «molto contenta» per questa che è stata «un’edizione molto ricca» di Duemilalibri. E “dà i numeri” di sette giorni per 29 incontri: «Un numero record di 6000 partecipanti di cui 1300 studenti delle scuole. In un Paese dove si legge sempre troppo poco, Gallarate si è distinta. È un grande vanto e onore per la nostra città». Ma al di là del dato numerico, il festival del libro è riuscito a «incuriosire e stimolare un pensiero critico» spaziando su una variegata gamma di tematiche. E dopo i «doverosi ringraziamenti», Alessandro Barbaglia consegna all’assessore Mazzetti l’attestato di curatrice ad honorem. Si è emozionata.
Rampini incanta col Giappone
Federico Rampini, editorialista del Corriere e saggista, presenta il suo libro “La lezione del Giappone“, «scritto perché improvvisamente è scoppiata la moda del Giappone». E lo dimostra chiedendo di alzare la mano a chi vorrebbe fare un viaggio nel Paese del Sol Levante. «All’ultimo mio viaggio in primavera ho visto l’overtourism e ho capito che era il momento giusto per regalarvi questo libro. È un paese che seduce, affascina, incanta e ci pone domande inesauribili». Rampini non nasconde la sua ammirazione: «Ho vissuto cinque anni in Cina, ho visitato tutta l’Asia, l’Africa, il Medio Oriente, ma credo che il Giappone sia il Paese più esotico, perché unisce una straordinaria modernità e un attaccamento alle tradizioni, a un’identità ancestrale, che è qualcosa di unico, o quasi unico». E così questa «improvvisa riscoperta del Giappone – sottolinea l’autore – è un fenomeno paradossale perché nei titoloni della geopolitica il Giappone è sparito. Invisibile eppure onnipresente».
Tutto il Giappone che c’è in noi
I manga, gli anime, il sushi – più complicato da esportare della pizza – e la simbologia, da Hello Kitty agli emoji». A Rampini ricorda «l’Inghilterra degli anni dei Beatles». E rappresenta «la nuova invasione» giapponese, dopo quella delle automobili, dell’elettronica di consumo e tanto altro degli anni ’70-’80: «quella del soft power, una invisibile penetrazione: disegni animati, videogames, il minimalismo zen dell’architettura, il fascino della cultura del tè, la figura della geisha». Ma il Giappone ha anche dei difetti: fenomeni come le «morti per sfinimento» lavorativo, «gli “svaporati” che scompaiono improvvisamente nel nulla», gli hikikomori che si murano in casa, mentre «è un falso totale» quello dell’alto tasso di suicidi. E sta dando lezioni all’Occidente su come affrontare certe sfide epocali. «Sull’immigrazione non ci considerano un modello. – fa notare Rampini – i loro immigrati sono giapponesi: hanno attivato incentivi al rientro degli oriundi e importano da quell’area di influenza buddhista-confuciana. E hanno attivato il dividendo della longevità: reimportano i pensionati nel mercato del lavoro, dal medico dei giocattoli a tanti altri modi». E poi è un Paese che si evolve: «La prima donna premier, Sanae Takaichi, è un segnale di cambio di gerarchia tra i sessi».
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