Duno celebra la Battaglia del San Martino. Dopo 80 anni è forte il bisogno di pace

A 80 anni dalla Battaglia la celebrazione sul San Martino

DUNO – Il ricordo dei caduti che si è tenuto nella mattina di oggi, domenica 15 ottobre, è coinciso con l’ottantesimo anniversario della Battaglia del San Martino, andata in scena in Valcuvia nell’autunno del 1943 durante la Seconda guerra mondiale. Tre sono stati gli eventi in programma per la celebrazione dell’anniversario e con il momento è stato quello davanti al Sacrario situato sul monte San Martino nel Comune di Duno.

I presenti

Tante le autorità presenti alla commemorazione. C’erano il presidente della Provincia Marco Magrini; il prefetto Salvatore Pasquariello; il provveditore Giuseppe Carcano ; l’Anpi con Ester De Tomasi , il consigliere regionale Samuele Astuti, il sindaco di Duno con un folto gruppo di primi cittadini provenienti da tutta la provincia, i consiglieri provinciale Valentina Verga (vicepresidente), Cecilia Carangi, Carmelo Lauricella e Michele Di Toro, oltre all’ex consigliere provinciale Valerio Mariani, ai rappresentanti degli Alpini e della Croce rossa.

C’è bisogno di pace

Le guerre: quella in Ucraina, la crisi della Striscia di Gaza, ma anche le tante in giro per il mondo e purtroppo dimenticate sono state al centro della riflessione del presidente della Provincia Marco Magrini. Una voce “piccola” se la si paragona alla grande del mondo, ma che ha parlato al cuore dei presenti e alle persone che abitano questa provincia.

Da quando si commemorano la Battaglia del San Martino – ha detto Magrini – salgo su questa montagna ormai da decenni come tutti voi, ogni volta sento ripetere che il nostro essere qui, il nostro ricordare quegli uomini ed il loro coraggio è un monito perché non accada più, perché sia un monito. Portiamo qui le nuove generazioni, i giovani, ed anche a loro proviamo ad instillare i valori che non sono di questo o quel partito, ma un’idea di libertà conquistata a fatica 80 anni fa anche da coloro che qui hanno lasciato la vita, i valori di questa cosa che a noi piace e che porta il nome di democrazia.
Questo è il nostro occhio rivolto al passato. Poi, come in un brutto sogno, perché tutti abbiamo ed usiamo i due occhi non solo fisici ma anche simbolici della nostra memoria, ci ritroviamo in un presente terrificante, un mondo in perenne conflitto dove sono cambiati i mezzi – non ci sono più il moschetto ed i pugnali – ma dove gli uomini continuano a morire per mano degli uomini: ultimi in ordine di tempo vi sono Israele e la Palestina, Russia ed Ucraina, la polveriera nei Balcani, Niger, Sudan e potremmo proseguire con un lungo elenco.

Così, razionalmente ma senza il gusto della provocazione, mi chiedo “Dove stiamo sbagliando”? Perché il nostro essere qui presenti – ogni angolo del mondo ha il suo sacrario da commemorare – non ha il potere di fermare l’uomo per non ripetere più quanto avvenuto per esempio 80 anni fa? Possibile che al di là delle corone di alloro, i fiori, le preghiere, il silenzio suonato con la tromba, i canti dei mie amati alpini, la benedizione religiosa e laica di questa terra, non si possa poi concretamente mettere in campo azioni per fermare questi orrori? Quanti altri sacrari del San Martino dovremmo ancora vedere prima che tutto questo abbia fine? Io non ho risposte ed apro davvero pubblicamente una riflessione mia prima di tutto che non deve avere il sapore della resa, non sono qui a dire che non è servito a nulla salire qui oggi o tutti gli anni addietro. Mi chiedo, da uomo prima di tutto, cosa posso fare di concreto perché venire qui non sia solo un appuntamento istituzionale? Mi interrogo se nella mia vita di tutti i giorni, parlo per me naturalmente, è possibile mettere in campo azioni private e pubbliche per promuovere maggiormente con azioni tangibili il valore della memoria. Per allineare simbolicamente quell’occhio che guarda al passato e quello che guarda al presente, guarendo forse una sorta di “strabismo” storico che non ha più motivo di esistere.

Guardiamo ai nostri giovani, che sono una risorsa fondamentale, credo anche che siano migliori come talvolta vengono rappresentati ma siamo sicuri che questi 80 anni di storia per loro non siano un percorso troppo lungo da assimilare? Come possiamo interessarli a coltivare la pace non solo per ciò che è stato 80 anni fa ma per ciò che non deve e non dovrà mai essere?

Non ho grandi risposte gentili intervenuti. Quanto abbiamo visto da oltre un anno a questa parte In Europa Tra Kiev e Mosca, in questi giorni con il conflitto che infiamma il Medio Oriente, mi spinge solo a dirmi che devo, dobbiamo se me lo permettete, lavorare per un nuovo umanesimo che non si fondi sulle divisioni ma su ciò che ci unisce, che non butti fuori i diversi, ma sia incuriosito da quanto sanno e noi non sappiamo. Ha ragioni chi dice che bisogna cercare ed usare quotidianamente parole di pace in grado di unire; quindi, partendo banalmente anche al lessico per abbattere i piccoli conflitti che, come un’equazione non risolta, danno poi risultati sgraziati che generano ostilità. A nessuno è chiesto di dare la vita per la libertà e la democrazia come fecero questi valorosi uomini che siamo qui a commemorare, non a queste latitudini e non a noi almeno. Il resto, come si dice, è tutta discesa. Ed allora la mia riflessione, non amara ma che guarda alla speranza che questi luoghi teatro di sacrifici estremi possono dare, è questa: proviamo nella vita di ogni giorno ad avvicinare passato e presente, ad usare parole di pace. Non potremmo fermare conflitti internazionali a mani nude ma possiamo rendere un posto migliore il nostro pezzo di terra quotidiano, aggiustare il mondo rotto accanto a noi. Parliamo la lingua della pace, anche quando la ragione ci vedrebbe vincitori. Usiamo parole di pace, compiamo gesti pace, ogni giorno, in ogni contesto di vita. Per dare il nostro contributo alla pace, ricordiamo, incoraggiamo e sosteniamo chi alla pace ha dedicato la vita.

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