La (troppo) lunga campagna elettorale

elezioni amministrative campagna elettorale

Voto per le amministrative posticipato alla fine dell’estate. Ci attende una campagna elettorale lunga sette mesi, o giù di lì. Un tempo infinito in un contesto particolare come quello che stiamo vivendo. Che non si potesse fare altrimenti a causa della pandemia, ne conveniamo. Che questo tirare in lungo finisca per generare ulteriori tensioni fra i partiti in senso trasversale, ci pare altrettanto scontato. Soprattutto alla luce di candidati che sono già ufficialmente in corsa o si sono proposti, aprendo di fatto la gara elettorale all’interno dei singoli gruppi di appartenenza, tra le vere, presunte, ipotetiche coalizioni, in modo da anticipare i confronti o, meglio, le lotte per la conquista dei consensi.

Arriveremo alle urne stanchi, quanto meno distratti dalle conseguenze sanitarie che incombono pericolosamente su di noi e, con tutta probabilità, disinteressati alle vicende della politica e dei suoi protagonisti. Anche quelli a noi più vicini, destinati a incidere più di altri sulla vita delle comunità. C’è chi pensa sia un vantaggio allungare fino all’autunno, quando i nefasti effetti del virus si saranno perlomeno attenuati e si potranno frequentare i seggi senza affanni. Un vantaggio per la politica, che ha più tempo per aggiustare i guasti che può aver prodotto negli anni di guida amministrativa, recuperare ritardi e mettere in campo progetti rimasti nel cassetto.

Vero. Ma l’altra faccia della medaglia nasconde ad esempio i rischi di situazioni inespresse, soprattutto giudiziarie, che nel frattempo potrebbero venire a capo e che riguardano in primo luogo alcuni sindaci uscenti del nostro territorio. I quali se ne fanno un baffo di avvisi di garanzia, coinvolgimenti in inchieste o spericolate operazioni che pongono colossali punti interrogativi sulla loro affidabilità amministrativa e etica. Ma siccome oramai tutto fa brodo, da qui al momento del voto non accadrà nulla di politicamente sconvolgente, se non il tirare in lungo che, in diversi casi, equivarrà al tirare a campare. Fatti salvi, si capisce, gli eventuali sbocchi giudiziari, gli unici che potrebbero sparigliare.

Ciò significa che passeremo la primavera e l’estate da spettatori dei cosiddetti teatrini della politica, tra un’invettiva e uno sgambetto, tra un “qui comando io” e un “nessuno è meglio di me”, tra delegittimazioni reciproche e impennate di presunzione. Insomma, gli spettacoli di sempre, amplificati dal periodo non dichiarato ma attivo di campagna elettorale, che sembrerà non finire mai. A discapito del contingente, dei problemi reali, delle cose da fare che non saranno fatte con l’alibi del coronavirus. Questo ci aspetta, a meno che impariamo anche a noi, benché non sia il caso, a farcene un baffo dei politici e della politica, di questa politica e di questi politici. Molti dei quali (non tutti, per fortuna) danno l’impressione di scappati di casa rifugiatisi dentro i Municipi. A nostre spese per la loro ambizione.

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