Il “miglior film italiano” è sui Carnival of Fools: premiato il regista di Fagnano

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Giovani Carusino e Mauro Ermanno Giovanardi al Cinema Nuovo di Varese

FAGNANO OLONA – È stato al Cinema Nuovo di Varese, seguito dal concerto di Mauro Ermanno Giovanardi con Giovanni Carusino, il primo luogo dove “Jesus loves the Fools” è stato proiettato, venerdì 28 febbraio, dopo sua la presentazione nella forma definitiva, la sera prima, al Seeyousound di Torino. Il festival ha poi insignito il documentario firmato dalla voce dei La Crus, da Filippo D’Angelo e da Dimitri Statiris con il contributo del fotografo varesino Ezio Riboni, del premio di miglior film italiano tra tutti i titoli in gara.

Le motivazioni della giuria

“Un omaggio vivo e presente – queste le motivazioni indicate dai giurati Magali Berardo, Luca Bernini e Sara Thabit Doghmash – ai Carnival of Fools, una delle prime band italiane a vocazione internazionale e all’etichetta discografica, la Vox Pop, che ha giocato un ruolo cruciale nella nascita della musica indipendente italiana degli anni Novanta. Un racconto intimo che funziona con il ritmo della musica, in cui la forza vitale della gioventù e l’amore per il rock fanno riscoprire una storia importante che finora era mancata all’appello. Immagini d’archivio di straordinaria potenza, il racconto dei protagonisti, il lavoro fatto sulla qualità del suono completano l’opera nel modo migliore”.

«Per la perfezione serve la collaborazione degli altri»

«Da questo documentario ho imparato tanto», così D’Angelo, regista di Fagnano Olona, ha commentato il riconoscimento. «Soprattutto che ogni film va letto dai titoli di coda, perché serve la collaborazione degli altri per raggiungere la perfezione. Al di là della bella storia, per le caratteristiche tecniche con cui “Jesus loves the Fools” è stato realizzato, non sarebbe bastato il cuore: tanti hanno collaborato in amicizia, perché non c’era il budget. Quindi si può dire che ognuno abbia contribuito alla bellezza di questo filmato: era necessario l’occhio del professionista, così come succede nella musica con il produttore. Penso che il successo di dischi come “Nevermind the bollocks” dei Sex Pistols o “Nevermind” dei Nirvana non sarebbe mai esistito senza i rispettivi fonici».

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Dimitri Statiris al Black Inside di Lonate Ceppino con Maurizio Pratelli, Mauro Ermanno Giovanardi, Filippo D’Angelo e Luca Talamazzi

La forma definitiva dell’opera

“Jesus loves the Fools” ha partecipato all’undicesima edizione di Seeyousound «perché – ha raccontato Statiris – Joe era in contatto con il suo direttore artistico. All’inizio sembrava che fossimo stati invitati fuori concorso, poi abbiamo scoperto di essere stati iscritti». Il regista originario di Larissa ha fornito alcuni particolari sulla forma finale assunta dal documentario. «All’inizio il mio intervento riguardava i primi venti minuti e la parte conclusiva, adesso sono stati aggiunti nuovi riferimenti e tipi di montaggio; dal live di Brera sono stati tolti i disturbi nell’audio originale. Insomma, ho corretto la struttura della storia rendendola più fluida». Si tratta di un’opera creata in modo totalmente autonomo: «gli altri titoli erano stati sostenuti da fondi comunitari e regionali, noi invece ci siamo presentati con l’unico interamente realizzato in proprio; è autoprodotto “fino al midollo”. Ciò ha influenzato fortemente anche i miei collaboratori che hanno seguito vari aspetti come grafica, montaggio, sonorizzazione e color grading. Il materiale di partenza era scarso e in pratica proveniente da vhs dimenticate in cantina: un difetto che abbiamo fatto diventare un pregio, una narrazione lo-fidelity. Fillippo l’ha definita “punk”, io parlerei di “arte povera”».

Le band della Vox Pop

«Nessuno di noi si aspettava che il documentario, iniziato per attaccamento a Joe e ai Carnival of Fools, avrebbe avuto questo successo. E non sarebbe mai stato fatto senza il grande investimento di energie da parte di Filippo», ha osservato Statiris, che da Londra, nel 1990, giunse ventenne a Milano. «Ci conoscemmo all’epoca della terza formazione dei Carnival of Fools. Appena arrivato mi interessavo a band come Ritmo Tribale e Afterhours, oltre ad amare la musica di Nick Cave. Quello dei gruppi Vox Pop era un insieme di forti individualità, ognuno aveva un’idea precisa della musica che voleva suonare e della direzione da seguire: li accomunava la percezione di non essere capiti dagli altri e perciò di non essere ben visti. Da lì deriva il “fools” del nome: è stato tradotto come “pazzi” ma in passato indicava anche i giullari di corte, una sorta di folletti. A unire era poi un amore assoluto per la musica; più che di una “scena”, perché tutti suonavano in maniera diversa, si può parlare di una competizione – sana – in cui comunque ciascuno contribuiva al lavoro dell’altro. E c’era l’incoscienza della gioventù, che fa intraprendere un’avventura senza sapere dove porterà».

A Varese tributo ai Carnival of Fools: documentario e live di Mauro Giovanardi

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