LONATE CEPPINO – «Così come è successo con i Carnival of Fools, a cui Mauro Ermanno Giovanardi ha dato vita con tre band diverse, questo lavoro non poteva essere fatto in modo normale: è partito con un regista, poi sono diventati due e infine tre. Ma quello che mi piace è che il documentario ha contribuito a farvi rincontrare tutti». Così Filippo D’Angelo, che insieme al cantante dei La Crus e Dimitris Statiris ha firmato l’opera, si è rivolto ai presenti in sala al Black Inside in occasione della proiezione di sabato 30 novembre, che alla conclusione ha ricevuto da due lunghi applausi. A dialogare con il pubblico nel locale di Lonate Ceppino – «uno di quei luoghi che ancora resistono ma stanno scomparendo. Va preservato: l’unico modo per farlo è partecipare» – c’erano “Joe”, il chitarrista Luca Talamazzi e il giornalista Maurizio Pratelli, che ha condotto la serata.

La Vox Pop, Milano e gli anni Ottanta
«Tutto è nato da una vecchia amicizia tra me e Joe – ha spiegato Ezio Riboni, fotografo che si è occupato delle riprese – ci conosciamo da quando era nei Carnival of Fools, organizzai un concerto con loro allo Splasc(h) di Induno Olona, e poi siamo rimasti sempre in contatto, organizzando insieme diverse iniziative». Il filmato, che inizialmente voleva ripercorrere la storia della formazione guidata da Giovanardi, si è gradualmente trasformato in una narrazione collettiva in cui, parallelamente alle vicende del gruppo, vengono mostrate quelle della sua etichetta, la Vox Pop, e della Milano degli anni Ottanta. Insomma, “Jesus loves the Fools” ha la forza di raccontare un’epoca e una sana competizione tra band – ben descritta da Manuel Agnelli, tra le voci che hanno offerto la loro testimonianza – che nasceva da «un’energia così, che non si poteva reprimere in alcun modo». «Abbiamo fissato per sempre nel tempo una storia importante, era un diamante grezzo – ha detto D’Angelo – e Dimitris l’ha fatto diventare sempre più bello».

Un’estetica per un collettivo di musicisti
A spiccare sono le capacità gestionali di Giovanardi, che ha condotto la band attraverso tre diverse incarnazioni: «Spero che emerga che i Carnival of Fools sono stati una comunità di musicisti – ha sottolineato Talamazzi – che si sono trovati intorno a un’estetica “dipinta” da Joe. Si è perciò creata questa narrazione, che è stata un prodotto collettivo». Come ha poi aggiunto, all’epoca era «un all in, o la va o la spacca: era così per tanti, bisognava essere disposti a giocarsi tutto. Penso che nessuno di noi iniziasse puntando ai soldi o a diventare famoso, ma perché aveva l’urgenza di dire qualcosa. Anzi, qualcuno ha proprio “preso il coltello per il manico” e rischiato: per esempio io avevo un piano B ma Joe no, tant’è che un giorno a New Zabriskie Point, dove lavorava, mi disse: «Se non riesco nella musica, mi schianto». Il progetto vantava inoltre un particolare elemento di distinzione, che Statiris ha messo in luce: «In un momento in cui in Italia tutti si dedicavano a riflessioni sociopolitiche loro erano invece un gruppo intimista».

Jim Morrison e la sacralità del concerto
Nonostante il forte legame con Nick Cave, «ciò che mi ha cambiato veramente – ha spiegato Giovanardi delle sue fonti d’ispirazione – è stata la lettura del libro “Nessuno uscirà vivo di qui”. Se c’è qualcuno che mi ha influenzato è stato Jim Morrison per il suo approccio musicale, e viscerale. E anche per quanto riguarda il senso del sacro, che è un po’ quello che mi muove: per me ogni concerto è come se fosse l’ultimo e deve essere qualcosa di rituale».
Come ha osservato Pratelli, «le canzoni belle sono quelle che rimangono nel tempo e nel caso dei Carnival of Fools sono ancora di una freschezza incredibile: in quegli anni la sacralità arrivava dal concerto, dalla potenza del live. Mi sembra che la musica sia diventata sempre più un sottofondo musicale: prima c’era l’investimento in un lavoro che potesse durare, ora meno dura e meglio è». «Un usa e getta – ha puntualizzato Joe – che richiede meno attenzione: questa modalità l’ha un po’ impoverita». «Dal vivo – così Statiris – ha perso il suo ruolo di sacralità. L’andare a un concerto non era un modo come un altro per passare una serata, era più una questione di fede. Anzi, a volte gli adolescenti ci andavano anche per vedere com’era un gruppo, perché a disposizione avevano soltanto delle foto».
Carnival of Fools, «un cerchio che si chiude» con il documentario di D’Angelo
