Non è un momento felice per Gallarate. In generale non lo è per il Paese, soprattutto con la fine della tregua ferragostana che attenua le tensioni e un po’ accantona i problemi, rapidi a ripresentarsi con l’inizio di settembre. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe lontano dal tema specifico che riguarda la città dei due galli, attraversata da una serie di questioni che, se non la rendono del tutto insicura, la espongono a situazioni di seria difficoltà.
In primo piano ci sono le aggressioni, le risse, le gravi intemperanze di giovani e giovanissimi che, richiamati dal proliferare di locali della movida (chiudono i negozi tradizionali, aprono i bar), arrivano addirittura ad accoltellarsi, come l’altra notte nella centralissima piazza Garibaldi. Un reiterarsi di episodi che preoccupano e accendono i riflettori sul cosiddetto disagio giovanile, che alimenta la cronaca e richiederebbe un approfondimento socio/culturale sulle degenerazioni del fenomeno. Come risolverlo? Bella domanda, che presuppone una risposta che forse, al momento, non c’è. O, se mai vi fosse, non è applicabile come vorrebbe una certa politica che addossa le responsabilità all’amministrazione in carica. A Gallarate al centrodestra; a Varese, dove il problema sicurezza è altrettanto sentito anche se meno impellente, alla giunta di centrosinistra.
Le colpe, se di colpe vogliamo parlare, sono molto più profonde e non risiedono in primis nell’azione politica di un esecutivo. Che, è vero, può proporre luoghi di aggregazione, iniziative nelle scuole e tutto quanto serve per educare e indirizzare, ma che alla resa dei conti si rivelerebbe insufficiente per “convincere” la grande massa di ragazzi e ragazze senza obiettivi precisi, spesso lasciati allo sbando dalle loro famiglie. Secondo alcuni bisognerebbe addirittura agire manu militari, creando una sorta di stato di polizia che non appartiene alla nostra sacrosanta democrazia. Presidi da organizzare soprattutto nelle zone più a rischio, come la stazione ferroviaria tenuta sotto assedio da frotte di immigrati che rappresentano un altro, enorme problema per Gallarate. Città quasi di frontiera per una serie di ragioni che la rendono più vulnerabile di altre. E le forze dell’ordine, manco a dirlo, non possono fare miracoli anche a causa di norme permissive e inadeguate per arginare certi fenomeni.
E allora? Allora il contesto cittadino è appesantito da quanto sta accadendo in via Curtatone con il progettato abbattimento di un bosco per fare spazio e una scuola. Altre tensioni, altre difficoltà, altro disagio collettivo. Serve una nuova scuola in quel luogo? Secondo la giunta Cassani, certo che sì; secondo gli ambientalisti, certo che no: si possono trovare soluzioni alternative senza che entrino in azione le motoseghe. Qui sì che il discorso è politico, attorno al quale, come sempre in questi casi, c’è chi specula. E finge di non accorgersi che accanto ad ambientalisti duri e puri, operano gruppi di antagonisti, lesti nel creare scompiglio e a inquinare la protesta. Un classico. Vie d’uscita? Scontate: o il Comune rinuncia al suo progetto, perdendo anche i sostanziosi contributi per realizzarlo, o coloro che manifestano alzano bandiera bianca, ritirandosi. Posizioni inconciliabili, com’è facile capire. Come finirà possiamo prevederlo: la Celere è già lì. E di solito non usa i guanti bianchi.
A completare il quadro di una Gallarate tutt’altro che serena, possiamo aggiungere il teso confronto per il futuro dell’ospedale Sant’Antonio Abate e la realizzazione del nosocomio unico con Busto Arsizio. Dibattito caricato anche da strumentalizzazioni politiche che vanificano il pur necessario quanto corretto dialogo. Che tutti invocano, che nessuno affronta come dovrebbe essere affrontato. In questo caso, come in tutti gli altri che generano ansia collettiva in una Gallarate che rischia di perdere la sua aura di un tempo.
Gallarate, coltellate in piazza Garibaldi: feriti due giovanissimi. Indagano i carabinieri
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