di Giorgio Cappellini
GALLARATE – «Dopo una lunga rincorsa storica ho deciso di atterrare sul presente». Con queste parole Viola Ardone ha aperto ieri, 13 novembre, al Museo Maga di Gallarate, l’incontro pomeridiano dedicato al suo nuovo romanzo «Tanta ancora vita», nell’ambito della rassegna Duemilalibri.
Le ferite collettive
Tantissime le persone presenti, proprio come l’appuntamento serale al Condominio con Donato Carrisi, tra gli eventi clou del festival del libro organizzato dall’assessore alla Cultura Claudia Mazzetti. La scrittrice ha spiegato come la genesi del libro affondi nelle ferite collettive degli ultimi anni: dalla pandemia ai conflitti ancora in corso tra cui la guerra tra Russia e Ucraina e il conflitto in Medio Oriente. «Sono eventi che dimostrano — ha sottolineato — che la storia non si è affatto fermata nel 1945, come qualcuno aveva auspicato. Il Ventunesimo secolo è una versione più complessa del precedente».
Proprio poco tempo dopo dall’invasione russa in Ucraina, la stampa aveva chiesto alla Ardone di raccontare la storia di un bambino in fuga dalle bombe, un piccolo fuggitivo che, tra ostacoli e aiuti improvvisati, riesce a raggiungere Bratislava. Quel tema, ha spiegato, l’ha accompagnata fino alla costruzione del suo nuovo romanzo. Molto diversi, però, erano i bambini ucraini rispetto a quelli narrati nel suo celebre «Il treno dei bambini», il cui viaggio aveva una meta e uno scopo ben preciso.
Con lo zaino in spalla
Tra i protagonisti del libro c’è infatti Kostya, dieci anni, che parte dall’Ucraina con lo zaino in spalla per raggiungere la nonna Irina, domestica a Napoli. Porta solo una foto della madre mai conosciuta e un indirizzo. Il padre è al fronte, e il viaggio è difficile: soldati che cercano di fermarlo, persone sconosciute che lo aiutano. Arrivato a Napoli, viene trovato addormentato sullo zerbino da Vita, la donna per cui Irina lavora. Lei vive da anni nel dolore per la perdita del figlio e si è chiusa nel proprio silenzio, confortata solo dalla presenza della fidata Irina. L’arrivo di Kostya la costringe a riaprire uno spazio dentro di sé. Quando il padre del bambino risulta disperso, Irina decide di tornare in patria per cercarlo. Vita, spinta dall’urgenza di fare qualcosa, parte con lei: a volte tentare di salvare qualcuno è l’unico modo per ritrovare se stessi.
Italiani e ucraini
Nel dialogo con il pubblico, Ardone ha riflettuto anche sulla vicinanza tra italiani e ucraini, popoli che si sono scoperti simili proprio nel momento dell’accoglienza: «All’improvviso ci siamo chiesti chi fossero davvero queste persone, dove abitassero le loro paure e le loro speranze. Prima erano comparse, ora sono protagonisti». La scrittrice ha toccato il tema della forza come strumento di potere, citando l’attualità politica — da Trump a Zelensky — e riprendendo riflessioni di Simone Weil sull’Iliade: «Achille vince grazie alla forza, e la forza trasforma l’uomo in oggetto, lo disumanizza». La violenza, ha ammesso, è ciò che più la spaventa.
La maternità
Il romanzo dà voce a tre personaggi narranti: oltre a Kostya ci sono anche Irina e Vita. Proprio lei vive la solitudine come una forma di ingiustizia. Napoletana, abituata alla socialità, si ritrova improvvisamente isolata: il marito è spesso lontano e, per colmare il vuoto, accoglie in casa un pappagallo che la domestica ribattezza ironicamente “Massimo”, come lui. Il romanzo tocca anche il tema della maternità: «Sono i figli che rendono i genitori ciò che sono», ricorda Ardone. E nei gesti di cura emerge il nucleo più intimo della storia. Citando Ungaretti — «Non sono mai stato così attaccato alla vita» — la scrittrice afferma che Vita è una donna che non si arrende nemmeno quando “una casa crolla”. Ma prendersi cura, sottolinea, non è facile e non si riduce alla presenza sui social: «Una volta, a chi aveva subito un lutto, si portava del cibo a casa. La cura è un’azione concreta».Vita, inizialmente riluttante ad accogliere Kostya, teme di risvegliare la propria parte materna: «I bambini sporcano», dice con ironia. Ed è proprio in questa frase che Ardone racchiude il messaggio del romanzo: «Prendersi cura di qualcuno significa sporcarsi». Mettersi in gioco, lasciarsi toccare.
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