Giorgetti che paga dazio a Giorgia

meloni giorgetti trump
Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Giorgetti, con felpata loquela, si smarca. Eccome. Osiamo: quando definisce i dazi trumpiani “un mutamento epocale” vuol dire che li condivide zero virgola zero virgola zero. Non è questa la strategia economica che serve all’Occidente, all’Europa, all’Italia. Al Nord dell’Italia, poi, meno che mai. Difatti il ministro soft power benissimo interpreta l’irritato stupore d’imprenditori, artigiani, commercianti dell’export. Animatori -o meglio: artisti, per la loro bravura- in settori che han reso il Paese famoso nel mondo. Vi facciamo girare, nel mondo, prodotti (manifatture, cibarie, generi di nicchia) che nessuno sa produrre di qualità tanto elevata.

Ora i testacoda pazzaioli del tycoon metteranno in forte crisi, col rischio di mandare a picco e ciao, interi settori che sono l’orgoglio, la ricchezza, il vanto di tutti. E il vanto non è immateriale. È materialissimo. Una ruota che gira, dà speditezza alla macchina nazionale, sollecita genialità, crea innovazione, ingrassa il cosiddetto Pil. Ciccia, insomma. Che perderemo in fretta, se il commander in chief dall’altra parte del mondo andrà avanti con la sua dieta a spunti (d’incomprensibilità).

Dieta? Mah. Un giorno la bilancia vien caricata, il giorno dopo alleggerita. Vince l’incertezza, perdono i mercati. Non sono roba da finanzieri e basta. Sono roba dei popoli. Nel senso che se van male loro, andiamo male noi. Noi gente dei popoli. Han poco da fregarsi le mani (vale sempre l’antico alicui invidere) i livorosi vetero anticapitalisti, plaudendo al disagio, e chissà mai se all’impoverimento, di quanti investono nella Borsa. Come se fosse un peccato che il piccolo risparmiatore seguisse le orme del grande, nella dimensione di scala a lui concessa.

Trump è purtroppo il peggio che ci potesse capitare. Lo sa bene Giorgetti, pur se non gli è consentito d’affermarlo clearly (bèl ciàr), come a Cazzago Brabbia -dove risiede- piacerebbe sentire. Idem lo san bene i sovranisti, dei quali batte in veloce ritirata la narrazione panegiristica sul Re Maga. Se pensavano che fosse sul serio l’iniziatore della Golden age, devono ricredersi amaramente. Se bluffavano con sé stessi, han perduto il giro di poker. Poker, appunto. The Donald è uno specialista dell’azzardo. Rischia e scommette. Personalmente ci fa pure su l’affarone, vendendo e comprando azioni in anticipo sui propri annunci. Ma il resto del pianeta ci rimette e basta. Riassume Massimo Giannini su Repubblica: secondo l’FMI la crescita globale verrà tagliata del 3 per cento dai dazi; in Europa si prevede (pronostico Bce) una frenata del Pil dello 0,5 per cento; l’Italia (fonte Ispi) subirà sul mercato estero un taglio di oltre il 20 per cento. Ecco il “mutamento epocale”, cioè la “stellare fregatura”.

La dottrina di Chigi recita che il rapporto privilegiato Meloni-United States favorirà la nostra condizione di partner tenuto in speciale conto. Per ora il conto sembra sia solo quello di pagar caro, carissimo lo spericolato sistema di posture/relazioni del repubblicanesimo rampante d’oltreoceano che sta piegando la resistenza psicologica; la tenuta economica; la difesa sociale di centinaia di milioni di persone. Fuori dell’America e anche dentro l’America. Forse (una speranza) è che da dentro l’America (cortei di protesta già iniziati) verrà il sussulto, sudden gasp, capace di salvare chi sta fuori dell’America. Perché i dazi colpiscono venditori e consumatori, mercato estero e mercato interno. Il protezionismo non protegge dalle ciclopiche fesserie dei suoi incapaci teorici. Una verità che Giorgetti asserirebbe volentieri, se solo potesse. Ma deve pagar dazio a Giorgia, per ora. E assentire, limitandosi al morbido/sodo battutismo post-democristiano. Che un segno lo lascia comunque.

meloni giorgetti trump – MALPENSA24
Visited 271 times, 1 visit(s) today