Giorgia e il tiè nel deserto

meloni arabia bin salman
Giorgia Meloni e Bin Salman

di Massimo Lodi

Dunque pragmatismo prima di tutto. Dunque rovescio d’opinioni se indispensabile. Dunque avvio d’una nuova epoca, pronta a succedere alla precedente. Ne dà spettacolare testimonianza, e disinvolto annuncio, la premier che: 1) s’incontra sotto una tenda fra le dune sabbiose dell’Arabia Saudita col principe Mohammed Bin Salman; 2) stringe accordi per svariati miliardi di dollari a pro delle aziende italiane; 3) discute del possibile/virtuoso associazionismo politico di quel Paese con l’Italia. Con l’Europa. Con l’Occidente. Ci vorrà tempo, c’è già buona volontà.

Scurdammoce o passato, nell’interesse nazionale e oltre. Addio al tempo in cui si denunziava il regime anti-libertario degli emiri, l’impedimento a esercitare una fila di diritti a iniziare da quello di parola/scrittura. Chiusa l’epoca che crocifiggeva Renzi come interlocutore -a suon di conferenze intenzionate a esportare cenni di liberaldemocrazia- del personaggio sott’accusa (sempre respinta) per la crudele fine d’un giornalista.

Il vis-à-vis all’imbocco del Sahara impolvera ricordi puntuti, astiose dispute di civiltà, sfuriate parlamentari. Del resto, cosa sarà mai la coerenza di fronte alla convenienza? Sic transit Giorgia mundi. Un conto sono le esternazioni quando si è l’underdog dell’opposizione, un conto sono le azioni quando si diventa l’overstar del governo. Per di più indicata quale possibile giocatrice in un ruolo chiave dell’Europa affannata di fronte al rivoluzionario cambiamento trumpista-americano.

Non che questo sia un male in prospettiva: il fine (un bene ottenibile anche fra incongruenze/antinomie) giustifica i mezzi. Però che vi sia la conferma di quanto poco o zero l’etica c’entri con la politica, beh, questo sembra evidente. Se n’era data prova liberando il generale libico Osama Almasri, accusato d’ogni nefandezza da lager; se n’è avuta riprova con la spedizione da Chigi al regno di MBS e tramite le intese stipulate. Gli affari sono affari. Sempre. E s’incaricano di derubricare a pistolotti demagogici le denunzie propagandistiche, strumentali, d’occasione.

Ok perciò alla tutela/valorizzazione degl’interessi tricolori, ma senza dimenticare che l’aderenza a un pensiero esclusivo d’armonia morale non appartiene a nessuno che usi la politica al servizio pratico del suo Paese. Gl’ideali proclamati valgono sin quando non si scontrano con le idee messe in atto.  Cioè il vantaggio pratico dei propri confini, altrimenti detto sovranismo della quotidianità. Un concetto che manda di traverso alle rosicanti minoranze qualunque sorso di contestazione. Chiamiamolo pure, preso atto del particolare evento, il tiè nel deserto.

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