Giorgia, la grande tentazione

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E se Giorgia Meloni decisse strategicamente di anticipare le elezioni?

di Massimo Lodi

Schlein adesso non spaventa, ma qualche futura apprensione potrebbe causarla. Non si capisce altrimenti perché Meloni, dal palco di Atreju, abbia voluto mischiare la segretaria Pd con “quelli di una volta, quelli di sempre”, Prodi first. Come dire: a sinistra -età o non età- cambiano zero, sono vecchi arnesi ideologici, gente invotabile, date retta a me. Un eccesso d’ostentata sicurezza che sembra sottendere nascosti patemi. Tipo: che Schlein sappia costruire nel tempo/davvero un fronte progressista; e riunire, associandoseli, i centristi attorno a una personalità di spicco (Sala, il Milanese non imbruttito?); e convincere l’ondivago Conte a fare squadra invece che correre da isolato; e mobilitare i leader delle forze sociali a sostegno di quest’aggregazione; e insomma porsi come rivale tosta, qualora la seconda parte della legislatura confermasse il deficit di promesse governative della prima.

La conseguenza d’un tale ragionamento sarebbe l’anticipo del voto previsto nel ’27. Oggi Schlein ha un indice di pericolo ics, domani è possibile che lo abbia ics più chissà quanto. E allora, ecco la tentazione d’affrontarla entro il ’25, anno in cui son previste importanti elezioni amministrative. Occasione di giocarsi una partitissima nazional-regionale-municipale.

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Massimo Lodi

Favorita dal pronostico contro la sinistra, la premier avrebbe l’opportunità di regolare un po’ di conti anche a destra. Qualche esempio: sottrarre nuovo consenso a Salvini, minimizzandone il ruolo, specie nel caso in cui fosse azzoppato da una condanna -sia pure momentanea- al processo Open Arms; allargare il favore dell’area conservatrice-moderata, esibendo i risultati ottenuti nella Commissione Ue, il buon rapporto con l’America dopo il cambio di presidenza, la coerenza nella politica internazionale all’epoca d’inquietanti avventurismi bellici. In più, andrebbe all’incasso di misure di tolleranza/perdonismo fiscale ben viste (purtroppo) da buona parte degl’italiani, sempre pronti a indossare la maglietta dei furbi che fregano i fessi. E siccome i fessi sono stati abbandonati negli anni scorsi dal trasversalismo partitico, non c’è nei loro confronti la paura che si rivoltino irosi verso i furbi. Tutt’al più, schifati, si asterranno, delusi/traditi da sinistra e da destra.

Perciò l’idea d’una interruzione del percorso quinquennale, a Chigi non sembra così balzana come all’apparenza. Sarebbe l’esito d’un calcolo freddo, strategico, spregiudicato: il modo spiccio/indolore di far fuori ministri palesemente inadeguati; di rinnovare i ruoli d’una classe dirigente bisognosa di palingenesi, essendo non lontane le nomine in enti-chiave; di rimandare l’imbarazzante progetto del premierato, del quale ormai non si parla più; perfino d’allontanare quesiti referendari (autonomia differenziata su tutti) potenzialmente in grado di far esplodere la coalizione al comando. Eccetera. Insomma: no surprise se la presidente del Consiglio dovesse sopprimere la sua leadership a Chigi per poterla far risorgere di maggior carisma. Un’astuzia d’antica tradizione democristiana, a suo tempo fatta propria dalle scuole di partito concorrenti della Balena Bianca. Fra di esse la destra missina incubatrice d’idee della successiva underdog. C’è sempre da imparare, guardando al passato, alle origini, alla culla.

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