Tra le tante giornate di un anno dedicate a qualcosa (tutte utili?), il 13 novembre è la giornata mondiale della gentilezza. Nell’attuale contesto sembra quasi uno scherzo parlare di gentilezza di fronte alle quotidiane immagini di conflitti sanguinosi, tra bombe e massacri di ogni genere. Ma qui siamo su livelli inesplicabili rispetto alla normale convivenza. L’educazione è una cifra che va perdendosi anche nei rapporti di tutti i giorni, in politica, negli uffici pubblici, a scuola, persino negli ospedali e in qualsiasi altro luogo dove ci si rivolge per una semplice informazione o per una qualunque incombenza. Dappertutto, salvo eccezioni, dominano modelli di cafonaggine spinta e, peggio, di menefreghismo che lasciano poco spazio alle interpretazioni.
Che cosa dunque dovremmo celebrare il 13 novembre? Forse la scomparsa delle buone maniere, difficili da ritrovare nella nostra “complessa” società. Potremmo dilungarci a lungo con gli esempi. Siamo al punto che il buongiorno e il buonasera sono espressioni che sembrano cancellate dalle nostre abitudini; oppure, per soffermarci sulla scuola, possiamo ricordare quando ci si alzava in piedi all’ingresso in aula del professore o, diversamente, quando si lasciava il posto in autobus a un anziano o a una signora in dolce attesa. Oggi, se va bene, riceviamo un insulto. Non si conosce più il significato della parola rispetto.
Sono cambiati i tempi, i social hanno sparigliato e ci insegnano (si fa per dire) che la cordialità e la buona creanza appartengono al passato: i post, di adolescenti come di persone oramai incanutite, dispensano livore e improperi. I giovani sono tra l’altro esposti a una tale quantità di violenza che influenza negativamente la loro percezione del mondo (cit.). Siamo nell’era della maleducazione e della rabbia. Nessuno più chiede scusa. Lo spunto ci viene dato ai livelli più alti, come in politica: il confronto civile e, appunto, educato sconfina quasi sempre nello scontro. La foto di Aldo Moro in spiaggia con l’abito di grisaglia appartiene a un altro mondo. Persino l’immagine di Umberto Bossi in canottiera, icona leghista, ci sembra fin troppo edulcorata. La tv ha sdoganato le parolacce, e non da ieri. Così che la scurrilità sia diventata normalità. Ci piace così? Può essere, anche se un grazie e un prego non dovrebbero sorprendere, anzi, dovrebbero essere ineludibili, praticamente un obbligo.
Vince la volgarità, ma se lo diciamo rischiamo l’accusa di essere intransigenti, censori anacronistici. Ed è ugualmente inutile sottolineare l’involuzione valoriale e culturale, l’arretramento della società a cui assistiamo. La contemporaneità ci spinge ad applaudire persino gli scemi, che abbondano sui social (provare per credere). Perché ci siamo ridotti così? Sociologi e studiosi come Umberto Galimberti o Paolo Crepet potrebbero dare una risposta, ma non sarebbe né salvifica né consolatoria. A meno che, noi adulti, si abbia la forza di assumerci finalmente le nostre responsabilità, che sono decisive per disegnare un futuro meno “maleducato”. Consapevoli che la gentilezza possa essere uno degli antidoti all’indifferenza.
Ps. Diversi Comuni anche del nostro territoro hanno istituito l’assessorato alla Gentilezza. Ottima inziativa, che segnala però l’ugenza di una svolta comportamentale. Sarebbe “gentile” se, in occasione del 13 novembre, informassero i cittadini su quali attività hanno intrapreso per promuovere le buone maniere in sede istituzionale. Appunto.
