Metto subito le carte in tavola, il percorso del 109° Giro d’Italia non mi piace: l’ennesima insignificante partenza dall’estero, tappe slegate che sembrano buttate sulla cartine senza una logica, trasferimenti infiniti, mancanza di tutte le salite che hanno marchiato la storia della corsa. Poi magari ne uscirà un’edizione stupenda, avvincente, affascinate ma le premesse sono all’opposto. Di parere opposto, invece, Ivan Basso che di maglie rosa ne ha due in bacheca: “Giro impegnativo e ben distribuito. Mi avrebbe fatto piacere correrlo”.
La presentazione, che in teoria dovrebbe essere uno show, supporta la mia idea: lenta, spenta, stanca. Fiumi di parole, nessun guizzo che possa risvegliare almeno un attimo l’interesse.
Il via della corsa l’8 maggio con tre tappe in Bulgaria, conclusione a Roma il 31. In mezzo, nelle canoniche 21 tappe, una crono di 40 km, cinque frazioni definite generosamente di alta montagna, sette arrivi in salita (ma 2-3 sono davvero insignificanti per la classifica), Milano che dopo una vita torna a ospitare la corsa rosa (con una tappa più che banale che, c’è da scommettere, provocherà più disagi e malumori che piacere).
Era necessario, dopo la bislacca partenza dall’Albania quest’anno e dall’Ungheria (nel 2022), proporre un altro via lontano dall’Italia? No anche se di certo sentiremo tessere le lodi di questa “meravigliosa” novità. Un motivo per spiegare questa partenza lo si troverà. Mica i soldi, no….
Chissà se all’Uci si accenderà mai una lampadina, se chi governa il ciclismo mondiale metterà mai una regola a questo. Forse sarebbe più logico che dall’estero si possa prendere il via in caso eccezionale, davvero una tantum, non come ora che è quasi una regola. Così come una norma credo che vada messa sul chilometraggio totale nelle grandi corse a tappe. Non parlo dei chilometri di corsa, ma di quelli complessivi, trasferimenti inclusi. Che si stabilisca un dato (5.000 km? 7.000?) entro quale gli organizzatori devono stare. Così che la carovana, o il carrozzone, non diventi una pallina da flipper che rimbalza senza senso da una parte all’altra.
Ad Ivan Basso, invece, come dicevamo questo Giro d’Italia piace. “Rispetto agli ultimi anni – afferma – vedo un Giro più uniforme, con le difficoltà distribuite lungo tutto il percorso e non solo tanto nell’ultima settimana. Ed è comunque molto impegnativo perché ha 50.000 metri di dislivello. La seconda cosa è che c’è sì solo una cronometro, però peserà sulla classifica perché è nella seconda parte del Giro e potrà fare la differenza”. Ivan analizza anche le altre giornate chiave: “La prima settimana è particolare perché hai il Blockhous e la tappa dei Muri marchigiani. La tappa svizzera è corta e tu sai che nelle tappe corte solitamente ti si accorciano anche le gambe. Dal punto di vista tecnico quella è un tappone”.
Basso non pensa che i trasferimenti siano eccessivi: “Ci si adatta a tutto. Le partenze dall’estero hanno delle difficoltà in più da un punto di vista organizzativo ma si superano. Ora ci sono i mezzi per poter sopperire a questa cosa. Focalizziamoci sulle tappe di montagna, sulla bellezza del Giro d’Italia. Questo è un giro che sarebbe piaciuto anche a me”.
Alla fine restano due certezze, gli slogan di sempre. Il primo: “La corsa la fanno i corridori”. Certo, ma al Giro i team da anni non vengono con le squadre più forti. Per ora si parla di Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel come stelle della corsa. Vedremo, ma soprattutto per il fiammingo difficile che questa sia la strada. Venisse Isaac Del Toro sarebbe il grande favorito.
Il secondo slogan, che piace molto alla Rcs che conta, è: “La corsa più dura del mondo nel Paese più bello del mondo”. Che poi la corsa più dura del mondo resta il Tour de France e sul Paese più bello si potrebbe aprire un’infinita discussione.
