LA ZAMPATA DI RE LEONE Bravo Van Uden, ma come tirano le volate?

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Mario Cipollini

Di Claudio Ghisalberti 

Van Uden vince in volata a Lecce la quarta tappa del Giro d’Italia 108 nonostante il suo ultimo uomo lo lanci con le mani alte, sulle leve. Tecnicamente una scelta discutibile, non adatta. Kooj, il più veloce, chiude secondo dopo avere perso le ruote di Affini, suo compagno di squadra addetto al lancio. Insomma, un finale con qualche errore.

Cipo, concordi?
“Certamente. Anche domenica Vacek, ovvero l’ultimo uomo di Pedersen, ha tenuto le mani sulle leve eppure il danese è riuscito a vincere. Non lo so, magari è tattica per essere più alti e per prendere più aria, per essere più coprenti per il proprio capitano. Sai che ora all’estero si fanno grandi scoperte. Però a me non sembra la cosa migliore. Al contrario, dovresti cercare di portare la velocità più alta possibile”.

Mario, ti posso interrompere un secondo? Tu facevi le volate, e le vincevi, con uno Fagnini, Martinello e Lombardi come ultimo uomo. Non dei giganti. Eppure non si alzavano sul manubrio.
“Nemmeno un millimetro, anzi sul manubrio si accartocciavano. Io sono alto 1,90, loro erano ben più piccoli di me. E avevo un altro svantaggio, che anche i miei avversari erano più piccoli, quindi quando facevano le volate alla mia ruota era come se partissero dietro a un camion. Gli portavo via io l’aria. Però quello è il passato, parliamo del presente”.

Kooj?
“Secondo me quello con la punta di velocità più alta, lo ha dimostrato con la rimonta netta. Se non avesse perso le ruote di Affini avrebbe vinto la volata. Però chi ha vinto è stato bravo, ha fatto un ottimo sprint”:

Van Uden ha usato un casco da crono. Una scelta che ti trova d’accordo?
“Probabilmente quel casco ha per il corridore un effetto che definirei placebo. Gli dà più convinzione, il senso di non lasciare niente al caso. Non credo che il casco faccia le differenze in uno sprint. È importantissimo in una gara a cronometro, ma uno sprint in cui stai al vento una manciata di secondi non ti dà benefici apprezzabili. Non ne vale la pena usare qualcosa che ti infastidisce, perché ha proprio una copertura quasi totale. Io ce l’ho tra l’altro quel casco perché mi piaceva da un punto di vista estetico, però è veramente complicato da usare. Per dirti: se tu mentre pedali devi soffiarti il naso non esce fuori dal casco ma entra addirittura all’interno del vortice che si crea”.

Per chiudere volevo il tuo parere sulla critica che Mauro Vegni il direttore del giro, ha mosso a squadre e corridori. Li ha accusati di essere stati poco combattivi nelle tappe albanesi.
“Il ciclismo deve essere proprio cambiato. Prendi la tappa di domenica. Quando si comincia a fare una salita di 10 km parliamo di una Salita con la S maiuscola. Poi anche la pendenza era importante. Si sarebbe potuto fare la differenza nel caso ci fosse stato qualcuno che non aveva la capacità di tenere quel ritmo. Cosa voglio dire? Voglio dire che se fosse stato un ciclismo con un certo numero di direttori sportivi, ti dico un nome, Giancarlo Ferretti,  ok?, Giancarlo Ferretti, quella salita lì l’avrebbe fatta fare a tutta dai suoi atleti. Anche se avesse avuto l’atleta che poteva vincere il Giro d’Italia. L’avrebbe fatta fare a tutta perché il suo modo di pensare, intanto facciamo uno sforzo duro, poi quando arriviamo in cima ci giriamo dietro e guardiamo cosa è successo e di lì facciamo le dovute valutazioni e prendiamo una decisione. Invece il gruppo è stato tranquillo, ha lasciato che fatto la Trek facesse il suo lavoro per Pedersen. Se tu analizzi, se vai a rivedere, è bastato soltanto meno di un chilometro dalla vetta per un’accelerazione prima di Pidcock e poi di Maika per mandare in fondo al gruppo Pedersen. Questo la dice lunga su quello  che sarebbe potuto accadere. Ci vogliono gambe, ma anche coraggio”.

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