di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, in molti si chiedono quali pensieri albergano nella testa di Trump e dove il presidente americano vuole condurre l’America e il mondo. In questo momento di relazioni sconvolgenti fra gli USA e i suoi antichi alleati ci sono europei e italiani che si sentono traditi e abbandonati da un’America della quale avevano un’immagine molto diversa. Altri vedono confermati antichi pregiudizi sull’America e sul suo imperialismo e poi ci sono quelli che vedono confermate persino le più audaci previsioni su un Trump aspirante autocrate. Questi sono interrogativi gravi che hanno bisogno di risposte precise e argomentate. Non vi è dubbio che vi siano delle ragioni profonde (anche storiche) circa il riconoscimento della forza americana e anche la sua capacità di attrazione verso il resto del mondo. È indubbio che questo paese continui ad essere la più grande e riconosciuta meta di migranti da tutto il resto del pianeta e che ad oggi attiri ancora un numero straordinariamente grande di menti preparate e di professionisti affermati. E questo è un fenomeno che affonda le sue radici in epoche lontane.
Dopo un primo, iniziale sconcerto, molti analisti economici stanno esaminando a mente fredda le prospettive della forsennata politica dei dazi messa in campo da Trump e poi ragionevolmente sospesa, tranne che per la Cina. Vi ho già accennato dell’economista ideologo di riferimento del presidente americano, tale Stephen Miran, che mirerebbe a ricostruire la base industriale degli USA andata in frantumi soprattutto a causa di un globalismo (nel dicembre 2001 la Cina entra nel WTO con la presidenza Clinton) che da una parte ha permesso il notevole arricchimento di alcuni paesi poveri ma dall’altra, a causa dell’assenza di regole riconosciute, ha pesantemente peggiorato (a volte annientato) l’attività industriale di altri paesi più ricchi. Ricordo che Trump, eletto dalla maggioranza degli elettori americani, ha promesso di ricostruire la base industriale degli USA andata in frantumi e di perseguire accordi commerciali che favoriscano la ricostruzione delle imprese americane.
Ora, tutto questo si inserisce in un sistema economico che presenta un tasso di disoccupazione piuttosto basso, intorno al 3,5 – 4 % quindi fisiologico, e una situazione caratterizzata da due elementi fondamentali: delle remunerazioni molto alte e una fortissima prevalenza dei settori legati ai servizi; faccenda che peraltro sta accadendo da tempo in tutte le economie avanzate. L’inflazione si sta riducendo (per ora) anche a causa di questa tempesta economica e la perdita di valore della moneta americana (il famoso superdollaro) sta migliorando le capacità di esportazioni delle merci del paese.
C’è ovviamente l’altra faccia della moneta. Il new deal manufatturiero evocato dai consiglieri del Tycoon, ammesso e non concesso che sia concretamente realizzabile, determinerebbe un notevole aumento dei prezzi. Per esempio le famose Nike, ben conosciute dagli americani e realizzate in Cina, se costruite in America, costerebbero il doppio e così pure l’iPhone e una gran parte dei beni di consumo comune. Questo porterebbe inevitabilmente alla crescita dell’inflazione e alla perdita del potere d’acquisto da parte dei cittadini americani, cioè proprio quello che Trump ha promesso di combattere.
Sono molti i critici che, appena scoperto il pensiero economico liberale di Friedman, pontificano circa il tentativo che Trump conduce all’isolamento della Cina attraverso i dazi. Rifletto che se somministri schiaffi continui ai canadesi e poi ai messicani e poi agli europei e poi chiedi loro di contribuire all’isolamento della Cina, beh è un po’ difficile che costoro ti possano seguire. Rampini sul Corriere della Sera di ieri (17 aprile) dice che è sbagliato considerare le manovre di Trump di fatto “contro tutto il mondo” perché in realtà il conflitto si svolge contro la Cina e valutare questa ostilità senza considerare le precedenti situazioni cinesi, peraltro molto più aggressive, è sbagliato. Ci siamo dimenticati del pallone spia che arrivò sopra gli USA e del Covid di provenienza cinese (da qualsiasi parte prodotto) per il quale la Cina non ha mai chiesto neanche lontanamente scusa ed anche di Obama che disse già nel 2015 che gli sbilanci commerciali con la Cina erano eccessivi quando, proprio allora, Xi Jimping svelò la sua strategia che proponeva di sostituire l’America nella leadership di tutte le industrie strategiche e tecnologie avanzate. Come si sa bene i cinesi possiedono circa il 2 % del debito americano che ammonta a 36.000 mld di dollari e quindi 750 mld circa, ma dall’altra parte hanno un disavanzo nei confronti degli USA di circa 1.000 mld. per merci che loro vendono e che gli americani importano. Il bilancio è presto fatto e non è a favore dei cinesi.
Cari amici vicini e lontani, tanti elogi e la sicurezza che, alla fine, tra Usa ed Europa si arriverà ad un accordo. Trump ne è convinto “al 100%”, è “molto fiducioso” e lo ha spiegato a Giorgia Meloni accolta ieri (17 aprile) alla Casa Bianca con tutti gli onori. “L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier”, ha detto il tycoon nello Studio Ovale. Un incontro all’insegna della cooperazione per “rendere l’Occidente più forte”.
È questo il clima che ha caratterizzato il faccia a faccia tra Donald Trump e Giorgia Meloni, un colloquio tanto atteso quanto delicato ma il verdetto è stato chiaro: un grande successo per la premier italiana. Trump ha espresso parole di profonda stima nei confronti dell’Italia e della Meloni, a testimonianza dell’importanza del dialogo in ambito internazionale. Un ottimo risultato ottenuto in un momento particolarmente complicato tra i conflitti in corso e la potenziale guerra dei dazi. Persino, Carlo Calenda, leader di Azione ha commentato: “Ci sono due fatti molto positivi nell’incontro tra Meloni e Trump. La premier ha tenuto la barra dritta sull’Ucraina ed è riuscita a convincere Trump a incontrare l’Ue in Italia per discutere dei rapporti comuni. Meloni non ha rotto il fronte europeo ma si è accreditata come ponte tra Usa e Ue. Bene dunque per l’Italia”.
pellerin trump meloni – MALPENSA24
