La parola chiave è “futuro”. Hanno ragione coloro i quali, presidente della Regione e sindaci di Busto Arsizio e Gallarate, hanno presentato il progetto per il Grande Ospedale della Malpensa. Hanno ragione, in quanto l’avveniristico intervento firmato dal prestigioso studio londinese Zaha Hadid Architects rappresenta una vera svolta epocale per il territorio, e non si tratta di un’esagerazione giornalistica se, com’è negli auspici, tutto ciò prenderà presto forma. È a questo proposito che il “presente” dovrebbe al momento sopravanzare il futuro.
Perché, se siamo al giorno delle celebrazioni, e un po’ delle autocelebrazioni, c’è da capire quali e quante certezze sostengano l’operazione. A fronte di un impegno milionario di Palazzo Lombardia, che ha messo in conto più di 400 milioni di euro, e di un iter cominciato una decina di anni fa, quando il presidente della Regione era Roberto Maroni, si è arrivati soltanto adesso alla scelta di un progetto. Tardi rispetto alle prime ipotesi per il nuovo nosocomio, troppo tardi per aprirsi all’ottimismo e all’entusiasmo in un Paese come il nostro dove le opere pubbliche sono soggette a mille e più mille incognite, variabili e pasticci. Ecco, il presente ci sembra essere ineludibile per entrare nel futuro.
Quali e quante sono le garanzie procedurali e politiche affinchè nel 2031 o giù di lì potrà essere inaugurato il cosiddetto ospedale unico Busto/Gallarate? Le chiacchiere (e una certa retorica), ora più di prima, stiano a zero. E tra le chiacchiere ci sono anche le polemiche di chi osteggia l’avvio del cantiere, ritenendo maggiormente utile, in modo anacronistico e a tratti pretestuoso, la riqualificazione dei vecchi presidi ospedalieri delle due città. Dovrebbe invece essere chiaro a tutti che le moderne esigenze sanitarie e curative, organizzative e assistenziali, richiedono strutture all’altezza, che possano assicurare l’efficienza, la funzionalità e la sostenibilità da cui non si può prescindere. Aspetti che il Circolo di Busto e il Sant’Antonio Abate di Gallarate stanno via via lasciando per strada assieme alla scarsa attrattività che oggi li contraddistingue. Se c’è ancora qualcuno che non l’ha inteso, o è fuori dal tempo o è in malafede.
E allora, invece di trovare motivi e negatività per cavalcare gli umori dell’opinione pubblica in funzione elettorale, si concentri l’attenzione su ciò che ipotizza la Regione, sulle urgenze di avere finalmente una sanità all’altezza anche nel Basso Varesotto, area strategica per tutto quello che si sa e che non serve ripetere. Si controllino le procedure, si studi il progetto, si intervenga, se necessario, per migliorarlo, si faccia la guardia rispetto a chi magari vorrebbe derogare dalle regole e dai principi di correttezza. Insomma, si guardi al presente. Perché il Basso Varesotto, in fatto di sanità, non ha più tempo da perdere.
La proposta dello studio Zaha Hadid è stata ritenuta la migliore tra le numerose che hanno concorso al bando regionale; chi l’ha vista nella sua interezza dice che è sostenibile anche dal punto di vista ambientale, economico, logistico. Non ci pare poco. Poi, per carità, la politica ha il dovere di confrontarsi sul destino urbanistico dei due nosocomi che verranno dismessi. È un obbligo per chi amministra Busto Arsizio e Gallarate. Ma più importante ancora è che il Grande Ospedale della Malpensa (l’enfasi a volte fa la differenza) venga realizzato senza ulteriori intoppi o, peggio, inghippi. È un obiettivo ineludibile proprio per il futuro, se però si comincia dal presente.
PS. Alla presentazione del progetto per il nuovo ospedale, appuntamento di portata decisiva per il territorio e non solo, era assente Guido Bertolaso, l’assessore regionale al Welfare che, più di altri, dovrebbe essere coinvolto nell’operazione. Forse c’è sfuggito il fatto che qualcuno, durante l’evento, abbia portato almeno i suoi saluti; di sicuro nessuno ha spiegato, o ha voluto spiegare, il motivo di una defezione che invece non può sfuggire. Soltanto un caso?
