VARESE – Conto alla rovescia. La rock band aretina è pronta a scaldare la platea dell’Intred teatro. Domenica (7 dicembre) i Negrita tornano a Varese con le loro “Canzoni per anni spietati” e per regalare un live durante mostreranno come il rock possa regalare carezze o graffi e in entrambi modi emozionare e sprigionare energie. Li abbiamo raggiunti a Grosseto, prima del loro arrivo in città, mentre si preparavano per il soundcheck del concerto. Ed è Drigo a rispondere prima di raggiungere Pau e Mac.
Da Arezzo Wave ai giorni nostri. Avete scavallato il quarto di secolo senza quasi mai scendere dal palco e soprattutto utilizzando un messaggio musicale evoluto, ma ancora riconoscibile da chi vi segue fin dagli Anni Novanta. Qual è il segreto di questo elisir musicale oggi ancora solido?
«Ci sarà un segreto? Non lo so. Di certo vivere d’arte, esercitare la creatività e trovare una risposta nel pubblico ci pare e ci è sempre parsa una preziosa fortuna. Ciò al tempo stesso ci gratifica e ci motiva. Oggi come sempre».
Nel corso della carriera, senza impugnare bandiere di partito, avete sempre affrontato temi politici e sociali. Che da un secolo (quello passato) all’altro (l’attuale) sono cambiati. Nell’epoca della trap, c’è ancora spazio per il rock impegnato, ma non imbrigliato?
«Mai bandiere di partiti, certo. I partiti son partiti e mai più tornati a occuparsi del bene comune. Trap o non trap, rock o non rock, c’è gente come noi, che risuona per le stesse emozioni, la stessa musica, la stessa visione dell’esistenza».
Animali da palcoscenico. L’energia che il sound dei Negrita sprigiona nei live è ben nota. Nel corso del tempo però avete scoperto l’intimità dei teatri. E in questo tour possiamo aggiungere riscoperto, visto che non è il primo tour “indoor”. Quali Negrita portate a Varese e lungo questa tournée? «Abbiamo in passato imparato a conoscere il teatro, ma è sempre stato in veste acustica, intima e delicata. In questo tour, per la prima volta, la band è in formazione elettrica. È un’esperienza nuova e speciale anche per noi che siamo sul palco. E davvero, vorrei che questo tour durasse un anno: questa dimensione è ispirante ed esaltante. E sera dopo sera, lo è anche la risposta del pubblico».
C’è stato un tempo in cui il pubblico del rock italiano si è un po’ diviso tra voi Negrita e i Litfiba, anche se in quegli anni la scena del rock nostrano era molto e ben popolata. Quello che ancora è rimasto di quella scena lo conosciamo. Molte reunion, alcune anche davvero riuscite e voi, che ancora pilotate la macchina del tempo. Ora cos’è c’è di nuovo nel campo del rock, ammesso che si possa ancora parlare di rock?
«Già… in effetti… Non starei più a parlar di rock. A meno che non ci si riferisca ai classici. Ed ecco per me qual è il punto: ‘i classici” . Esistono capolavori del passato: i classici del rock, i classici del pop… Dove sono oggi i capolavori che resteranno nel tempo? Chiedo a voi, perché io non lo so, non ne vedo e non ne scopro in nessun genere. Eppure, sono appassionato di musica. Qualcosa di buono qua e là, ma dove sono i capolavori? Le canzoni che ti risuonano nel profondo le senti importanti e diventano parte di te. Volendo ampliare un po’ il discorso: siamo sicuri che in questo preciso momento l’umanità sia al meglio di sé? Guardiamoci intorno e facciamoci due domande».
“Non esistono innocenti amico mio”. Sembra un modo più graffiante, per dirla alla De André, che “per quanto vi sentiate assolti siete tutti coinvolti”. È una canzone spietata come gli anni che viviamo, ma che alla fine lascia una speranza. Individualista, più che mondialista. Eppure, non siete una band nichilista. Il passare degli anni via ha reso disillusi?
«Non è questo il punto. “Non esistono innocenti” é una canzone che prova a dire: finché la penseremo “io son nel giusto e tu nel torto; perciò, ti distruggo” sempre e solo di guerre vivremo. O forse, chi lo sa, moriremo».
